30/05/12

O' ministro


Se un ministro vale più di Damon Albarn, Jack White o Francis Falceto, qualche giorno fa ho intervistato la persona più importante della mia scalcagnata carriera. Con più disinvoltura di quella che la foto lascerebbe intuire, per fortuna. A presto per i dettagli.

14/05/12

"Barrio de murga y carnaval"



Dovrei fare altro, molto altro, ma è ormai un po' di giorni che mi ritrovo a guardare e riguardare questo video. E quando non lo posso vedere ci penso. E quando ci penso canto, mentalmente e non, la canzone che cantano loro. Ovvero: quelli de La Gloriosa, la curva del San Lorenzo, il Club Atlético San Lorenzo de Almagro.
Le curve argentine sono tutte abbastanza entusiasmanti - badate a questo, ad esempio: sono praticamente tutti uomini, ma dai canti viene fuori una tonalità alta e chiara, luminosa, gioiosa; il contrasto con il growl da scimmioni delle curve italiane, dove pare ormai interiorizzato da ciascuno il dover cantare in quel modo tragicamente virile, è impietoso - ma quella del club azulgrana mi pare davvero oltre.


"Vengo del barrio de Boedo
Barrio de murga y carnaval
Te juro que en los malos momentos
Siempre te voy a acompañar
Dale dale Matador
Dale dale Matador
Dale dale dale dale Matador!


Impressionante, vero?
Il movimento verticale e orizzontale delle persone, la potenza del coro, la ripetizione che la moltiplica e rende tutto via via sempre più febbrile, potente, contagioso (canta e batte le mani a tempo tutto lo stadio, in realtà, lo si vede), quasi sovrannaturale.
Sette minuti di trance, come quei pezzi degli Animal Collective con le voci a strati che si accumulano in grande euforia (tipo questo, per pura coincidenza intitolato Brother Sport). Come quei pezzi techno che dal loro essere sempre uguali traggono forza sempre maggiore e ti portano da un'altra parte.


Il bello è che c'è dell'altro.
Riguardate il video, pensando che è stato girato alla fine di una partita che il San Lorenzo ha perso, in casa.


Non fatemi dire la solita banalità, tanto l'avete già indovinata: riuscite a immaginare una cosa del genere in Italia, dove manca poco che si fischi pure quando si vince?
E non vale neanche l'assunto tipicamente italiano del "se invece di incazzarsi così tanto allo stadio si incazzassero nelle strade", perché questi non sono affatto incazzati (quando forse ne avrebbero pure il diritto, visto il risultato), ma fanno festa. Hanno perso in casa ma non gliene frega un cazzo, perché riconoscersi tutti insieme come parte di quel tifo, e farlo presente alla squadra, è enormemente più importante. Sono contenti di tifare per la loro squadra e lo cantano forte. Le giurano che la accompagneranno "nei momenti brutti", ed è esattamente quello che stanno facendo.
Alla fine della partita persa in casa, per sette minuti di seguito con lo stesso coro.


"No me importa la cancha ni la categoria", cantano i tifosi del Talleres.
"Y no me importa en que cancha jugues/A donde vayas yo te voy a alentar", canta ancora La Gloriosa.

Con gli ultras in piazza Tahrir, un altro esempio - più piccolo, ma ugualmente significativo - di cosa sono a volte le curve all'estero, e di cosa dubito saranno mai in Italia.




PS - Per un'altra coincidenza, il video di cui sopra è stato girato il giorno del mio quarantesimo compleanno.


PPS - A quanto pare, è un'abitudine.

02/05/12

Bandiera r(im)ossa


Fra i tantissimi commenti letti e sentiti sul lato artistico del #concertone del Primo Maggio a Roma, ne azzardo uno che non saprei se riferire al lato politico della manifestazione, o alla sua rappresentazione sui media di stato. E proprio qui sta il punto.

Il fatto: non ho seguito tutto il concerto alla televisione, ma un bel pezzo, e per tutto il tempo non si è vista una sola bandiera No Tav.
(Anzi, una sì, arrotolata a foulard al collo del cantante degli ...A Toys Orchestra, che evidentemente non se l'è sentita di aprirla, e l'ha lasciata lì come un suggerimento caduto presumibilmente nel vuoto. Sulle ragioni, sarebbe interessante sentire lui o qualcun altro di quelli saliti sul palco: vi ricordate di quanto successo lo scorso anno, con la famosa liberatoria? Ci risiamo forse?)

Ora, magari sono solo io che sento le voci, se esagero fermatemi.
Non ricordo se negli anni scorsi se ne fossero viste o no, ma opterei per il sì. Da sempre la piazza del Primo Maggio pullula di bandiere di ogni genere, soprattutto se legate a qualche causa importante e in qualche maniera vissuta come propria dal popolo del #concertone. La Palestina, l'Irlanda, Cuba, la Sardegna (non ridete, i quattro mori spunteranno pure a ogni cazzo di concerto con più di cinquecento persone, ma quella sarda è una causa importante e non troverete certo su questo blog persone disposte a prenderla come uno scherzo), il Tibet, il ponte sullo Stretto, giù giù fino alle cazzate.
Quest'anno tutto come sempre, ma nessuna bandiera No Tav.
Fatto strano, vista l'importanza che l'argomento ha avuto sui media nazionali negli ultimi mesi, e vista - qui entriamo nel campo delle ipotesi, certo, ma mi pare un'ipotesi legittima... - la sua convergenza abbastanza naturale con i sentimenti di giustizia, ecologia, libertà di espressione, legittimità del dissenso, rifiuto degli sprechi di denaro pubblico, denuncia delle violenze delle forse dell'ordine e quant'altro
che dovrebbero animare il suddetto popolo del #concertone.

Il che lascia spazio a due scenari.
Uno ben poco sorprendente, purtroppo: la conferma della censura e della manipolazione delle notizie in atto sui maggiori media italiani e sulla televisione di stato in primis. Le bandiere No Tav c'erano, in sostanza, ma la regia semplicemente non le inquadrava.
Un altro invece molto più nuovo e preoccupante: le bandiere davvero non c'erano. Ovvero, l'
avvenuta trasformazione di quella battaglia in qualcosa che sporca irrimediabilmente le mani di chi la tocca, tanto da rendere diffidenti - oltre ai musicisti da Primo Maggio, di solito molto lesti a innalzare bandiere di qualunque genere - persino le centinaia di migliaia di giovani affamati di giuste cause che ogni anno affollano piazza San Giovanni. Tirare fuori quella bandiera adesso, dopo la radicalizzazione della faccenda operata da media e forze dell'ordine in deadly combination, significa stare con i violenti. Significa politica a una gradazione troppo alta.


Il che a casa mia, sia vero un caso o l'altro, ha l'aria dell'ennesima prova di come questa cosa sia troppo importante per i suoi fautori. Un'importanza sospetta, quasi sufficiente da sola per dichiararsi contrari, anche senza aver letto i milioni di dati prodotti dal movimento No Tav e mai contestati seriamente dalla controparte.



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