31/12/11

Sempre più in altoooo!


Ammesso che i Babbo Natale rampicanti abbiano un senso, questo qui a chi cazzo sta portando i regali?

19/12/11

Senti questo


Dal 15 gennaio, una domenica sì e una no dalle 19 in avanti, il mio prepotente ritorno sulla scena torinese. Il tutto grazie agli amici di Astoria, nuovo bar/club a due passi da dove ho abitato per cinque anni, quando San Salvario e movida erano ancora due parole che raramente comparivano nella stessa frase. Qui di seguito le due righe ufficiali della cosa. Alex Ross abbi pazienza.

SENTI QUESTO
DJ Andrea Pomini
A spasso per gli scaffali del giornalista musicale e dj pinerolese. L'unico dj che non solo vi dirà che pezzo sta suonando, ma sarà ben felice di farlo, e ne approfitterà per farvi un pippone di venti minuti al riguardo.
Tag: ritmo, lingue, globale, locale, disco, funk, jazz, house, psichedelia, afrobeat, cumbia, edits, basso, batteria, bonghetti, stanza dell'eco, relax, domenica, Novantesimo Minuto, Al Jazeera English, Ryszard Kapuściński, Leovegildo Lins da Gama Júnior, Diego Armando Maradona, Óscar Wáshington Tabárez, Abedi Ayew, famolo strano, Londra, Lagos, New York, Kingston, Tehran, Monaco di Baviera, Phnom Penh, Lazise, Addis Abeba, Barranquilla, Poggio Bustone, Mumbai, Cairo.

11/12/11

"Bravi ragazzi siamo, amici miei"



Ancora una volta è una bella gara, ma nell'incredibile (anzi purtroppo credibilissima) vicenda della sedicenne torinese, dello stupro inventato col fratello incolpando "due che sembravano zingari" e della successiva fiaccolata trasformatasi in "fiaccolata" che brucia il campo nomadi della Continassa, e nella testimonianza del segretario cittadino del PD Paola Bragantini, noto alcune cose più pazzesche di altre.

"I pieghevoli nelle buche incitavano alla violenza, al ripuliamo la Continassa. I segnali c'erano tutti".
Come vedremo, segnali colti con tempismo dalle forze dell'ordine, che subito inviavano un contingente massiccio di uomini.

E nel quartiere da tempo c'è chi vorrebbe veder chiuso quel campo abusivo chiuso nelle mura di una vecchia cascina diroccata che si trasformerà nella sede della Juventus.
Ah!

Quanti uomini delle forze dell'ordine c'erano a vigilare sul corteo? "Ho visto due o tre carabinieri, qualche poliziotto".
Un contingente massiccio, si è detto.

Quando ha chiesto rinforzi cosa le hanno risposto? "Che il campo era già stato evacuato da un quarto d'ora".
Geniale: invece di impedire il pogrom, lo prendo come fatto scontato e inevitabile, e casomai aiuto le vittime designate a mettersi in salvo prima del disastro.

Chi c'era in corteo? "Gruppi organizzati da stadio. Non so di quale genere. Si diceva Bravi Ragazzi e Drughi".
Ahhhhhhh!

E le persone rimaste fuori, nessuno ha cercato di fermarli? "No, mentre bruciava tutto intonavano cori da stadio".
Aaaaaaaaaaaaaahhhhhhh!
In Egitto, come ho raccontato qui qualche giorno fa, gli ultras sono parte attiva e responsabile delle manifestazioni di piazza contro Mubarak prima e contro il regime militare poi.
In Italia invece vanno a bruciare i campi nomadi. E tutto ricorda un'altra vicenda in maniera molto sinistra, come se si stesse configurando una sorta di metodo per raggiungere in fretta e senza troppe lungaggini burocratiche i propri obiettivi. La war on terror come coperta da gettare su ogni nefandezza, applicata al locale e non al globale.

E in tutto questo, nell'ansia da condanna e da politicamente corretto, il sindaco Piero Fassino dichiara "inaccettabile che si dia luogo a manifestazioni di linciaggio nei confronti di persone estranee ai fatti con la sola ragione che sono cittadini stranieri". Ignorando o più probabilmente facendo finta di ignorare che i cosiddetti "nomadi" in Piemonte si chiamano Sinti, che nomadi non lo sono quasi più da decenni, e che la maggioranza di loro ha cittadinanza italiana da generazioni. Poi forse quelli scappati dalla Continassa sono effettivamente cittadini stranieri, ma pensate che un Drugo o un Bravo Ragazzo stia a sottilizzare su queste cose?

PS - Letture consigliate:

03/12/11

Judy was a punk



Passata l'euforia per un video del genere, resta la domanda da cento milioni: come mai, fra una dozzina d'anni o anche meno, il 90% di questi bambini ascolterà musica di merda e non avrà nemmeno un disco dei Ramones in casa?
Perché, archiviata questa splendida dimostrazione di come la musica agisca a livello istintivo prima ancora che culturale (e di come i Ramones abbiano sempre fatto splendida musica da cartoni animati, in un certo senso), la maggior parte di loro sarà conformata a un'idea di gusto che pone alcune cose fuori dal recinto dell'ascoltabile e del normale, e altre dentro?
Non si tratta forse dell'ennesima dimostrazione di come le scelte e le passioni siano, prima che nostre, smistate a monte?
Perché Nevermind ha venduto più di trenta milioni di copie in tutto il mondo?

02/12/11

1. Fleet Foxes. Helplessness Blues. Sub Pop.



Difficile ripetersi, dopo un inizio così. Si era gridato da più parti al miracolo, nel 2008, quando dal nulla o quasi sbucarono i Fleet Foxes, cinque ventenni di Seattle che parevano presi di peso dal 1971 e dalle collezioni di vecchi vinili dei loro genitori: barbe, capelli, camicie a quadri, chitarre acustiche e armonie vocali degne dei più celebrati protagonisti del suono west coast. Si era gridato al miracolo a torto, oggi possiamo dirlo, perché la bellezza di quel primo ep (Sun Giant) e di quel primo album omonimo sono poca cosa – in senso del tutto relativo, sia chiaro – di fronte a quello che è venuto in seguito. Il vero miracolo Robin Pecknold e soci lo hanno fatto quest'anno, infatti, riuscendo non solo a confermarsi ma a migliorarsi, nonostante pressioni enormi, soglie di attenzione ai minimi da parte del pubblico e secondi album letali per la maggior parte dei loro colleghi. E davvero miracoloso suona Helplessness Blues, che parte dal suono già inconfondibile del gruppo e lo rende più denso, maturo e stratificato, ma egualmente magico, e prefigura diversi possibili sviluppi futuri. Da lì comincia la nostra chiacchierata con Pecknold stesso, in attesa di vedere il gruppo dal vivo in Italia a novembre (il 17 a Roma, il 19 a Bologna e il 20 a Milano).

Al primo ascolto, Helplessness Blues sembra solo un nuovo disco dei Fleet Foxes. Col tempo però si rivela molto più intenso ed elaborato del vostro primo album, pur restando inconfondibilmente vostro...
È esattamente quello che volevamo. L'album non è stato scritto da una band tutta diversa in uno stile tutto diverso, anche se sarebbe interessante provarci. Sapevamo sarebbe stato una continuazione del discorso iniziato con il primo disco, ma con più carattere. Abbiamo speso più tempo sulle canzoni, ci abbiamo lavorato così a lungo che siamo arrivati a conoscere intimamente ogni loro parte, anche se alla fine della registrazione avremmo comunque ritoccato molte cose. Ma fare qualcosa di più ricco era decisamente il nostro scopo.

Come mai il lavoro è stato così lungo e faticoso?
Per tre ragioni soprattutto. Volevamo più tempo libero, dopo essere stati quasi costantemente in tour per un paio di anni; tempo per stare più speso a casa a suonare e scrivere. Inoltre, avevamo dubbi su alcune canzoni e alcuni arrangiamenti. Infine, ci sono stati un po' di problemi tecnici e sfighe. Circostanze e sfighe: senza una delle due cose l'album sarebbe uscito prima.

Ne aggiungerei una quarta: sembra davvero che ci sia stato un maggiore lavoro sulle singole canzoni.
Per il primo album avevamo una dozzina di canzoni, nove le abbiamo scartate e sostituite con altre più nuove. Per Helplessness Blues, invece, abbiamo più o meno tenuto sempre quelle, e invece di scartarle e scriverne di nuove abbiamo lavorato costantemente su quelle, rifacendo gli arrangiamenti a tutte.

È vero che ti sei ispirato a Stormcock di Roy Harper?
Sì. Lui, John Fahey e Robbie Basho sono fra i miei chitarristi preferiti. Mi piace molto suonare la chitarra a dodici corde e scrivere in quel modo. Stormcock in particolare ha canzoni in cui l'arrangiamento sembra molto semplice per sei minuti buoni, e poi tutto si trasforma totalmente. C'è qualcosa di molto ragionato nella lunghezza delle canzoni, nel quando e nel perché le cose succedono. Tutto suona studiato e insieme molto casuale, mi è sempre piaciuta questa combinazione.

Veniamo ai concerti. Sul palco ora siete in sei, avendo aggiunto il polistrumentista Morgan Henderson, ex bassista hardcore punk con i Blood Brothers.
Non stavamo cercando un sesto membro, se non fosse stato lui non avremmo preso nessuno. Siamo diventati amici mentre stavo scrivendo l'album, ci vedevamo spesso e mi dava un sacco di consigli, era sempre in giro e ha finito per lavorare al disco con noi, è stato molto naturale. Essere in sei sul palco rende tutto più facile, il concerto scorre meglio, siamo in grado di legare meglio le canzoni e di gestire meglio le pause, con così tante mani possiamo fare andare sempre avanti la musica. Morgan ha aggiunto molto alla nostra musica, non riesco a immaginare di tornare in cinque, adesso. Penso che la nostra musica sarà diversa anche grazie a questo.

Quale canzone del nuovo disco pensi rappresenti meglio le possibili direzioni future?
The Shrine/An Argument, con le sue quattro sezioni abbastanza distinte in otto minuti. Mi piace, mi immagino un disco di una sola canzone lunga 25 o 30 minuti in quello stile, con un sacco di cose diverse che succedono messe una dietro l'altra, sarebbe bello.

Nelle nuove canzoni ci sono anche diverse parti che lasciano spazio a un suono più rumoroso e pieno, soprattutto dal vivo... diventerete più elettrici?
Non ne sono sicuro. Sto lavorando a nuove canzoni in cui sostanzialmente urlo e c'è molta distorsione, ma non so, può essere difficile. Mi piace fare dischi avventurosi, che non mantengano lo stesso umore per tutto il tempo. In futuro penso ci sarà spazio per cose molto tranquille a altre più rumorose.

In concerto mi ha colpito la vostra capacità di tenere la gente silenziosa e attenta, nonostante la clama della vostra musica. È difficile?
Nel tour del primo album abbiamo fatto lo stesso set ogni sera, per quasi due anni: cominciavamo con una canzone a cappella, per presentare il concerto nel modo che volevamo. Chiedevamo la maggiore attenzione proprio all'inizio, e avrebbe funzionato solo se la gente avesse prestato attenzione. E funzionava, la gente era molto tranquilla più o meno ovunque, e stava zitta per tutta la canzone. Il silenzio si notava.
(Il Giornale della Musica n. 287)

(Still) Buying Records / 59

01/12/11

جميع رجال الشرطة والأوباش



Chi mi conosce un po' sa che non ho mai granchè frequentato, né capito, né quindi amato la cosiddetta "mentalità ultras".
Adoro il calcio, sono andato a vedere più volte la mia squadra in curva, e pure in quei settori dove se non canti rischi le botte, e fra un celerino e un ultras sceglierei naturalmente un ultras. Ma insomma, ci siamo intesi. Si tratta di "un mondo che non mi appartiene", come direbbe uno dei protagonisti del mio libro.
Confesserò anzi che uno dei più grossi ostacoli alla mia comprensione di quel mondo è sempre stata l'obiezione più banale che da sempre si sente nei suoi riguardi: "ma tutta quella rabbia, perchè non la usano alle manifestazioni invece che contro i tifosi dell'altra squadra?". Roba da padre di famiglia, lo so.

Oggi però succede una cosa nuova, che trapela fra le maglie di un'informazione che dopo anni di messaggio univoco "ultras:male=polizia:bene" non può tollerarla (un interessantissimo saggio sui media italiani e sul loro procedere per categorie contrapposte invece di informare è Il paese dei buoni e dei cattivi di Federica Sgaggio, che sto leggendo e che consiglio vivamente anche a chi è meno pignolo del sottoscritto).
Cosa?
Che gli ultras non solo prendono parte alle più importanti manifestazioni dei nostri tempi, ma agiscono da "servizio d'ordine" di queste manifestazioni, difendendo dagli attacchi di esercito, polizia e scagnozzi vari la grande maggioranza dei manifestanti, meno o per nulla esperta di scontri di piazza. Succede anche che gli altri manifestanti, che i media piazzano dalla parte dei buoni, non solo non condannino l'operato degli ultras e dei cattivi in genere, ma anzi ne riconoscano l'importanza.

Illuminanti, in tal senso, questo reportage di Al Jazeera English, questo di Bleacher Report e questo del blog Invisible Arabs, incentrati sulla presenza non organizzata ma del tutto attiva in piazza Tahrir, sia a gennaio sia negli scorsi giorni, di ultras (normalmente acerrimi rivali) di Zamalek e Al Ahly, le due squadre più popolari dell'area del Cairo e dell'Egitto intero, e fra le più titolate d'Africa.

Cito dal primo pezzo (neretti miei):
"The Ultras are here. I know that because they’re the only ones facing the CSF with force while singing their hymns," protester Mosa'ab Elshamy wrote on Twitter on the first day of clashes.
Elshamy, a photographer and activist, was in Tahrir when he noticed the arrival of the football fanatics. They had come to confront a police force armed with rubber bullets and tear gas.
"They stayed there in the square almost through 100 hours of fighting," Elshamy said. "It’s easy to notice them because of their use of Molotov cocktails, their extreme courage and recklessness, their chants. They became a common sight."


E ancora:
Elshamy attributed the Egyptian Ultras' willingness to confront security forces with their "long history with police".
That history, said Rabab El-Mahdi, an assistant professor of political science at the American University in Cairo, is due in part to what she called "clear class confrontations".
"Since the Ultras were created, they were always targeted by state security. They are seen as a mob or as hooligans," El-Mahdi said.
"So they developed skills that none of the middle class was forced to develop. Plus they come from backgrounds where such skills are needed on daily basis just as survival mechanisms."
She added that as long as Egypt's security apparatus remained intact, violent confrontations would continue.
"The skills they developed in dealing with police came in very handy and it comes in handy every time there is a direct confrontation," El-Mahdi said.


E ancora, nelle parole di uno degli ultras stessi:
Ultras member Ahmed is also careful to explain that he and his "brothers in blood" do not attack first.
"An Ultra doesn't attack anyone," Ahmed said. "We’re a watchdog for the truth. Any unfairness that we spot, within the state or anywhere, we have to stand up for what is right."
Still, he was steadfast that the Ultras are far from a political group.
"We don't have any political direction. Whenever we go to a strike or a demonstration, we do it on an individual basis. We don't announce it. We are just here as humans. As Egyptians," Ahmed said.
"On Saturday, initially we came individually. But then we found because we have similar beliefs we went straight to the front line and there were our brothers to the left and right. The personality of an Ultra places you at the front line because you are defending a cause."


Non ricorda un po' anche le manifestazioni della nostra Val Susa? Quel video - che purtroppo non trovo - in cui si vede la folla dei manifestanti "pacifici" esultare alla riconquista del cantiere da parte dei cosiddetti "black bloc"? O quell'intervista a una signora anziana che definiva senza mezzi termini quei ragazzi degli "angeli" (e sulla retorica nell'uso del vocabolo da parte dei nostri media ci sarebbe da aprire una parentesi enorme...), perchè sapendo cosa fare in mezzo ai lacrimogeni hanno salvato la vita a decine di persone che li respiravano per la prima volta?

Come la mettiamo, dunque?

2. Falty DL. You Stand Uncertain. Planet Mu.



Si chiama Drew Lustman e viene da New York, ibridando il più eccitante suono londinese con sapori di casa: il suo è uno degli album che segneranno l'annata. Vi si sente la continuità hardcore con dubstep e relativo post, funky, garage, jungle; ma anche la Grande Mela nella piu pronunciata sensualità, nei rimandi nascosti al calore di disco e house, e nella finezza non proprio cockney. E si arriva addirittura a lambire la bassa fedeltà chillwave, con svolazzi drogati di synth e sogni ad occhi aperti. Per la prima volta inoltre Lustman si confronta con il cantato, femminile in tutti e tre i casi: Anneka nell'iniziale Gospel of Opal, un Burial in pieno giorno e virato soul, che sta al 2011 come i Lamb stavano al 1996; Lily McKenzie nel 2-step dolce ed evocativo di Brazil e nella techno lenta e jazzata di Waited Patiently, in chiusura. Con risultati altrettanto strabilianti.
(Rumore n. 232)

30/11/11

3. James Blake. James Blake. Atlas/A&M.



Una cosa colpisce prima delle altre in questo album di debutto di James Blake: la sicurezza. Il non avere paura di riempire il proprio esordio – uno dei più attesi dell'anno, stando all'accoglienza riservata ai tre EP che lo hanno preceduto e al montare delle chiacchiere dopo la firma major – di silenzi, di spazi vuoti che qualunque altro ventiduenne a inizio carriera si sarebbe affrettato a riempire con ogni genere di cosa, probabilmente superflua (esclusi gli xx: se due prove fanno un trend, è un trend che ci piace). In questo, soprattutto, il giovane londinese mantiene il legame con la scena dubstep nella quale si è fatto le ossa, e con le tecniche del dub originario: l'assenza conta come la presenza. Il resto è un'evoluzione brillante e inattesa, solo in minima parte annunciata dall'ultimo dei tre EP di cui sopra, il delicato Klavierwerke, ed esplosa qualche mese fa con la meravigliosa cover di Limit to Your Love di Feist. Qui piazzata esattamente al centro delle undici tracce, non a caso: voce e pianoforte da veterano anni '70, echi, ritmo lento e possente nella sua essenzialità, bassi su frequenze da terremoto.
È la porta d'ingresso in un mondo vulnerabile e puro, in cui sembra di sentire un Antony meno pomposo, un Jamie Lidell calmo o un Bon Iver fattosi nero e soulful, alle prese con un suono minimale e notturno dove galleggiano tasti elettronici e acustici, beat nitidi ed essenziali, voci manipolate e decostruite, effetti e rumori. Una cosa a metà strada fra intuizione e calcolo, ostica sulla carta ma capace di comunicare con l'esterno a un livello emozionale profondo. La prima metà dell'album è in special modo abbagliante: il crepitante r'n'b spettrale di Unluck; il crescendo inesorabile di Wilhelms Scream da lamento soul vecchio stile a fremente ammasso di bassi e droni; quello di I Never Learnt to Share, che comincia solo vocale, cambia pelle in mezzo a suoni sempre più tesi e inquieti e sfocia in uno spiritual alieno, mentre Blake ripete la stessa frase come un mantra; le due parti di Lindesfarne, autotune e pause prima, ritmo micro e melodia folk da pace dei sensi dopo, e altri bassi enormi.
La seconda metà è meno compatta e più riflessiva, ma altrettanto gratificante. Give Me My Month e Why Don't You Call Me sono brevi e dolci ballate per piano e voce, la seconda caratterizzata da un lavoro radicale sulle voci. To Care (Like You) alterna ritmo dubstep/techno al rallentatore e stasi atmosferiche che ne enfatizzano le arie da Stevie Wonder malinconico. I Mind è anche lei in bilico fra serenità e tensione, e fosse in un disco di Burial non ci meraviglieremmo. Measurements chiude in gloria, con solennità gospel e ricordi dell'Arthur Russel più etereo e intimista.
(Rumore n. 229)

Il rischio sarebbe quello di arrivare a cose fatte. Con i tempi del mensile mentre fioccano le pagine dei quotidiani, e le lagnanze di quelli (pochi per fortuna) che era meglio prima. Fortuna che c'è BPM, le due paginette in cui ogni mese il sottoscritto e il maestro Valletta cercano di aprire finestre su ciò che si muove in ambito dance ed elettronico. James Blake lo abbiamo intercettato lì, un annetto fa. Che fosse un fuoriclasse dal futuro radioso e più vasto dei confini di genere è stato evidente fin da subito, ma una evoluzione così rapida e continua era dura da prevedere. Evoluzione che non implica necessariamente un miglioramento: Blake era meglio prima ed è meglio adesso, semplice. Ma il percorso che ha portato al suo eccezionale album omonimo - disco del mese nello scorso numero, pubblicato in digitale a inizio febbraio e subito schizzato nei primi dieci anche in Italia, con uscita fisica programmata per marzo - è davvero qualcosa di inusuale per tempi e qualità.

Un anno e dieci mesi fa, per cominciare, a firma James Blake non esisteva nulla. Un primo 12” (Air & Lack Thereof) è arrivato a giugno 2009, seguito da un remix per Untold. Poi è cominciato un 2010 che il ragazzo di Deptford e i suoi fan non scorderanno facilmente: tre 12” uno più bello dell'altro (The Bells Sketch a marzo, CMYK a giugno, Klavierwerke a ottobre), più un 10” co-firmato con Airhead (Pembroke), un apprezzato remix per gli amici Mount Kimbie, un bootleg di A Milli (quella di Lil Wayne, esatto: è anche ironico) e verso fine anno il botto definitivo. Ovvero, quella cover di Limit to Your Love di Feist che ha impiegato giusto 4'40” per diventare sua e basta. Ridotta all'essenziale, spogliata della strofa, voce e pianoforte appoggiate su bassi mostruosi e silenzi. Biglietto da visita perfetto per l'album di cui sopra, che la contiene insieme a dieci tracce autografe in cui un dubstep più immaginato che reale si mescola a brandelli di soul futurista, e a una cura maniacale di ogni particolare sonoro. Pazzesco, vero? Ed è nato nel 1989, il bastardo.

Raccontaci la tua storia, innanzitutto. Quali sono stati i tuoi primi contatti con la musica?
Ho cominciato a fare musica quando ero molto giovane, alle elementari, verso i nove anni. In famiglia avevamo un piano, un'armonica, una chitarra... io suonavo il piano e cantavo. Mio papà aveva dell'attrezzatura e registrammo anche qualcosa, così, per averla. Ma non ricordo di cosa si trattasse.

La tua è una famiglia musicale, quindi?
Sì, specialmente mio papà. Suona la chitarra e canta, e mi ha insegnato un po' di cose sul registrarsi da soli. Cantavamo tutti insieme, Happy Birthday in macchina andando al mare, cose così.

Lui non lo dice, ma viene in aiuto un suo tweet dell'11 febbraio (“James Litherland È mio padre, non un tipo che è stato prodotto da mio padre”) in risposta a un pezzo di Pitchfork (“La cosa divertente di The Wilhelm Scream di James Blake è che si tratta di un'interpolazione di Where to Turn, del cantante soft-rock britannico James Litherland, che come ha detto lo stesso Blake in un'intervista a Zane Lowe di BBC 1 è stata prodotta da suo padre”). Insomma: suo papà alla fine degli anni '60 era nientemeno che il chitarrista e cantante dei Colosseum, culto minore del jazz/prog britannico. Where to Turn è una mezza merda, sia detto, ma chi già non può farne a meno sappia che sta su 4th Estate, album solista del 2006. Nella citata sessione radiofonica, sempre per stare in tema, Blake ha anche suonato una cover per voce e piano di A Case of You di Joni Mitchell, manna per chi sposa la tesi della antonyzzazione precoce del ragazzo.

Quali sono state le tue prime passioni musicali?
Non ne sono sicuro. La musica per molto tempo è stata qualcosa che ero consapevole di fare, ma non qualcosa per cui mi appassionavo. La amavo, era perfettamente naturale per me, ma non direi che fosse una mia passione. Lo è diventata più tardi.

Compravi dischi?
No. In casa avevo la musica dei miei genitori o prendevo in prestito i cd in biblioteca, e ovviamente internet ha dato una mano. Non avevo soldi da spendere nella musica. Non che non ne avessi in assoluto, ma non consideravo la possibilità di possedere della musica. In casa c'erano molti cd, e io ascoltavo quelli. Non cercavo nuova musica, tutto quello che mi interessava lo sentivo nel mainstream o lo avevo lì, non avevo bisogno di comprarlo.

Che dischi ricordi?
Sam Cooke e molto soul, ma anche Jimi Hendrix, molto rock, del funk. Con il piano provavo ad andare dietro alle canzoni.

Hai anche studiato musica a scuola, prima alle superiori e poi al prestigioso Goldsmiths, Università di Londra.
Alle superiori mi piaceva molto. All'università era ok, ma non pensavo che quello studio mi sarebbe stato molto utile.

Come si passa da tutto questo a te che fai uscire vinili per alcune fra le etichette elettroniche più importanti in circolazione?
È stato un vero switch. La settimana prima suonavo il piano per conto mio, come al solito, e quella dopo... ero andato a una serata a Londra, Forward, e lì avevo scoperto questa musica nuova. Non avevo sentito molta elettronica prima, e di certo non la ascoltavo a casa, ma lì ho drizzato le orecchie. Ho voluto subito farne di mia, e l'unica maniera per farla era comprando un laptop; andavo all'università e avrei avuto bisogno di un laptop comunque. Mio padre mi aveva già mostrato un po' di cose. Ho cominciato a fare del dubstep, volevo... sì, volevo solo fare del dubstep.

Creata nel 2001, Forward (anche nota come FWD>>) è l'atto di nascita pubblico del dubstep, il suo uscire dai negozi di dischi e dalle camere da letto di Londra Sud per farsi movimento. Idem dicasi per il coevo grime e per il più recente funky. Ci sono passati tutti, da Skream a Kode9, da Dizzee Rascal a Wiley. La bass music londinese del futuro diventa presente lì, e sulle frequenze di Rinse FM.

Chi suonava quella sera?
Penso fosse Coki, o Loefah. Era musica così scura, introspettiva, pesante. Mi ha spazzato via. Una delle migliori notti della mia vita, è cominciato tutto lì.

Pochi giorni dopo eri a casa a fare musica sul tuo computer. Hai prodotto molte cose prima di Air and Lack Thereof?
Sì, ma nessuna verrà pubblicata! Era un terreno del tutto nuovo per me, è quello che ho sempre cercato, in qualunque cosa facessi. E le cose nuove sono molto più possibili con l'elettronica.

Ti sei accorto che quello che veniva fuori non era dubstep canonico?
No, pensavo fosse dubstep.

I confini del genere in effetti sono molto ampi...
Lo sono ora, non lo erano nel 2007. Mala, Coki, Skream, Benga: quella gente suonava dubstep, non altro. Allora il dubstep era post-garage, era il nuovo garage, perchè era la cosa che veniva dopo. Aveva tutti gli elementi del garage, ma con il tempo dimezzato. Quando scrivevo non pensavo a una definizione ampia del dubstep, per me era puramente batteria e basso, non c'erano molte opzioni. Le cose sono venute fuori un po' diverse... è così che è nato il post-dubstep: molti volevano fare dubstep ma non sapevano come, non avevano la stessa ispirazione musicale di chi ha creato il dubstep originale. Avendone un'altra, hanno fatto musica diversa, che essendo così pesantemente influenzata dal dubstep è stata chiamata post-dubstep.

Che ne pensi del dubstep attuale?
Come in ogni genere esce molta merda, e molta musica invece eccellente. È un genere che non ha bisogno di dare spiegazioni riguardo la sua rapida evoluzione, possiamo semplicemente apprezzare i vari tipi di musica nei quali si è frantumato. Ma non ci penso molto, ho amici che fanno ottime cose e me le passano, la gente della Hemlock, della Hessle, della R&S. Non ho bisogno di ascoltare valanghe di wobble.

Quali sono i tuoi produttori preferiti al momento?
Blawan e Joy Orbison. Blawan fa garage molto coraggioso, mentre Joy Orbison ha saputo elevarsi al di sopra dell'hype che lo circondava e passare oltre, per produrre le sue cose migliori di sempre.

Quanto è stato importante il dubstep nello sviluppo del tuo linguaggio?
Enormemente. Mi ha insegnato lo spazio, e l'importanza del sound design, dell'essere estremamente meticoloso nei confronti del suono. Perchè un charleston suona come suona, che reazione provoca nella gente il cambiarlo anche solo leggermente. Ogni singolo suono in ogni mia traccia è pensato in questa maniera. Non lo sarebbe se non fossi passato dal dubstep.

La tua etichetta insieme al disco mi ha mandato i testi, e l'ho apprezzato. Non succede quasi mai, soprattutto in generi vicini alla scena elettronica. Immagino siano molto importanti per te...
Sono incredibilmente importanti. Danno un'idea del perchè le canzoni siano venute fuori. Sono piccoli riassunti, in forma quasi di haiku, delle cose che mi sono successe o che mi stavano succedendo durante l'anno e mezzo in cui l'album è stato scritto. Sono stati scritti in momenti molto diversi fra loro, non significano o rappresentano la stessa cosa, ma è vero che stanno bene insieme e si adattano bene alla musica. Alcuni sono incredibilmente tristi e comunicano un fortissimo senso di isolamento, altri invece no, almeno per me.

La cover di Limit to Your Love è bellissima, penso sia uno di quei casi in cui un artista prende una canzone che ama e la fa sua. Come la hai scelta?
Grazie! La prima versione era semplicemente una sperimentazione, che avevo cominciato al pianoforte dopo avere sentito l'originale da un amico. Più avanti ho usato quella registrazione nella produzione dell'album, ed è diventata la traccia che è ora.

Stai lavorando a cose nuove? Vedi già una direzione?
Sto sempre lavorando a materiale nuovo, e spero di non smettere mai. Non so esattamente dove andrò, ma voglio produrre musica senza voci e senza accordi, spinta solo dal ritmo.
(Rumore n. 230)

4. Machinedrum. Room(s). Planet Mu.



Aggiungere l'americano Travis Stewart - già noto come Syndrone e Tstewart, e metà dei Sepalcure - nella stessa categoria dove già alloggiano i compagni di etichetta Falty DL e Boxcutter, quella dei fuoriclasse che stanno definendo il suono del 2011. Un suono non (ancora) riconducibile a formule precise, ma che in Room(s) come in You Stand Uncertain e The Dissolve, tutti pubblicati dalla sempre più inattaccabile Planet Mu, prende forma e stupisce. Stavolta partendo dai 160 bpm circa del footwork di Chicago, e rimescolando le carte con l'intera tavolozza della storia della dance apparentementre a disposizione: house e techno, Londra e tropici, bassi grossi e leggerezza soul, ritmi sincopati fra jungle e garage e placidi synth anni '80, campioni r&b trattati fino al limite, stab a profusione, triplette percussive come se piovesse. La tecnica di un veterano cresciuto a pane e hip hop, e la spontaneità di un esordiente. Un'inebriante ipotesi di pop elettronico mutante, fisico e mentale insieme, tonificante e rilassante. Indispensabile.
(DJ Mag n. 14)

Noi contro di loro



Giornalismo italiano, anno domini 2011: l'articolo sull'assalto all'ambasciata inglese a Teheran lo fa il corrispondente da Londra.
Volendo pensar bene, e non male come al solito: lo fa lui perché "La Stampa" non ha un corrispondente a Teheran.
Ma perché proprio lui e non uno in posizione neutrale, a Torino per esempio?
Ma soprattutto: perché nel 2011 "La Stampa" non ritiene necessario avere un corrispondente a Teheran?

29/11/11

5. Martyn. Ghost People. Brainfeeder.



Si sono cercati e trovati, Martyn e Flying Lotus, e dopo reciproci remix il produttore olandese firma oggi un eccellente album per l'etichetta del visionario californiano. Rispetto al precedente Great Lengths, bello ma freddino, Ghost People beneficia dell'aria vitale e libera di casa Brainfeeder; di quella sperimentazione sporca che in altri titoli del catalogo sfocia nell'eclettismo un po' fine a se stesso, ma che qui invece si combina perfettamente con il talento di Martijn Deykers. Del dubstep degli inizi ne è rimasto poco (ma c'è la voce di Spaceape nell'iniziale Love and Machines), e la techno di sapore dub un tempo preponderante è diventata solo una fra le varie ispirazioni in ballo, in un amalgama imprevedibile che prende anche garage e 2-step londinesi, sintetizzatori svolazzanti anni '80, romanticismo detroitiano e rigore berlinese. Il suono del 2011, insomma, in una interpretazione del tutto personale.
(Rumore n. 237)

6. Low. C'mon. Sub Pop.



“Io non sono altro che cuore”. Sta negli otto minuti di Nothing But Heart il cuore del nono album dei Low. Uno di quegli slow in crescendo ai quali il trio di Duluth ci ha abituato, con i dettagli a fare la differenza: a partire in mezzo al nulla sono solo la voce di Alan Sparhawk e una chitarra elettrica distorta. Il tempo di cantare quattro righe e il titolo diventa l'unico testo, proprio quando entrano in successione una batteria spazzolata, il coro di Mimi Parker e un violino, e la canzone comincia a ingrossarsi fino a dimensioni epiche (spoiler: con un controcanto intorno al sesto minuto che è qualcosa di ultraterreno). Dal freddo al caldo, dal vuoto al pieno, dalla solitudine alla compagnia. All'essenza, al cuore appunto. Quattro anni dopo lo splendido Drums & Guns e i suoi gelidi echi di guerra, C'mon riporta tutto a casa. Una casa dove la forza di andare avanti è generata da chi ci sta vicino, dall'amore che ci unisce e da alcune delle cose più calde e struggenti che i Low abbiano mai fatto: altri gospel delle piccole cose ripetuti a oltranza che risuonano potenti come canti da stadio, “Oh majesty” sul crescendo altrettanto impetuoso di Majesty/Magic, “Il mio amore è gratuito” nella scarna e solenne $20; distillati della loro grandezza come l'iniziale Try to Sleep (con carillon velvettiano aggiunto), Witches (con il banjo di Nels Cline che arriva da chissà dove e si incastra perfettamente) e la maestosa Especially Me, altro capolavoro del disco. Piacciono anche le insolite incursioni fra sogni west coast e country-folk del migliore (You See Everything, Something's Turning Over), ma piace soprattutto il fatto che i Low esistano, e ogni tanto ce lo ricordino.
(Rumore n. 231)

PS - qualche tempo dopo aver scritto questa recensione, salta fuori un video in cui gli stessi Low - su "commissione" di A.V. Club, occhio anche al resto dell'operazione Undercover - rifanno addirittura Africa dei Toto. Merdaccia intoccabile, infatti pare che a tutti scappi pesantemente da ridere, ma anche un ritornello con una spinta epico/melodica non da poco. La sentissimo oggi per la prima volta, magari senza badare troppo al testo, potrebbe essere un capolavoro.

28/11/11

7. PJ Harvey. Let England Shake. Island.



Lo dichiaro: il mio disco preferito di Polly Jean Harvey fino ad ora era Stories from the City, Stories from the Sea. Anzi, quando Rumore ha messo su la classifica dei cinquanta migliori album degli anni '00 ("E quando, nel 2008?" dirà chi nota come noialtri si pubblichi purtroppo la classifica dei migliori album dell'anno a inizio dicembre, chiudendola quindi a inizio novembre) e ha chiesto le nostre graduatorie per compilare quella totale, ebbi l'occasione di metterlo al quarto posto. Anche se a dire il vero il 2000 è in realtà l'ultimo anno degli anni '90. "Un concentrato di energia ed emozione," scrissi, "luminoso pur se di ambientazione notturna come la foto in copertina, che negli assalti blues come nei momenti più intimi (da brividi il duetto con Thom Yorke in This Mess We're In) lascia respirare melodie e sentimenti, invece di avvolgere tutto al proprio interno. 'Il pop secondo PJ Harvey', disse lei. Il tormento che cede di fronte alla bellezza di una donna innamorata." Bene il blues e le viscere, bene l'atmosfera tormentata dei titoli che la hanno resa celebre, ma quando tutto si accomoda senza snaturarsi in forme un po' più pop, meglio ancora.
In questo senso, Let England Shake ricorda quel suo predecessore e fa persino meglio, raggiungendo un equilibrio quasi perfetto fra orecchiabilità e gusto sperimentale, melodie che arrivano immediatamente a destinazione e libertà formale e stilistica, esempi splendenti di PJ a 24 carati (delle dodici canzoni, almeno la metà finisce dritta filata su un' ipotetica antologia: The Glorious Land, The Words That Maketh Murder, On Battleship Hill, In the Dark Places, Written on the Forehead e The Colour of the Earth) e piccoli particolari folli (la citazione di Summertime Blues di Eddie Cochran in The Words That Maketh Murder; il campione di trombetta da adunata militare inserito dentro The Glorious Land; tutto o quasi il classico roots reggae Blood & Fire di Niney The Observer in Written on the Forehead, letteralmente intrecciato in un abbraccio indissolubile con il brano stesso).
E i testi, poi, tasselli di un concept sulla guerra e sull'Inghilterra di ieri, l'altroieri e oggi; Gallipoli, Falklands e Afghanistan come tre facce della stessa medaglia.
Tutto con una leggerezza estrema, poggiata sui toni ariosi della voce e sulle corde dell'autoharp, strumento di partenza per buona parte delle composizioni. Con i ritrovati Mick Harvey e John Parish al suoi fianco, non a caso. E con dodici splendidi video di Seamus Murphy, uno per brano, ad accompagnare.

(Still) Buying Records / 58

17/11/11

8. Azari & III. Azari & III. Loose Lips.




Pari forse solo all'album dei connazionali Art Department in quanto ad attesa come grande uscita dance del 2011, l'album del quartetto canadese non tradisce le aspettative. Vero, i quattro singoli che li hanno proiettati lassù ci sono tutti, e con Manhooker (che in veste strumentale stava già in uno di essi) quasi metà disco è già sbrigata. Ma che singoli: la sensualità house dell'inno Reckless (With Your Love), soprattutto, ma anche le vibrazioni scure di Indigo, la leggerezza electro-soul di Into the Night, la Chicago bollente di Hungry for the Power. Il resto è comunque quasi tutto all'altezza, e prosegue nella definizione di un suono che unisce i puntini fra la New York gay di fine '70, la house acida e deep di metà '80 (appunto), l'electro-pop europeo e il presente. Fra l'ercoleggiare di Lost in Time e l'ipnotismo di Tunnel Vision, la botta cosmica di Infiniti e l'aria sci-fi di Manic, c'è l'imbarazzo della scelta.
(Rumore n. 236)

Vedi alla voce physique du rôle: prima ancora di ascoltare una singola nota, già sappiamo che questo quartetto di Toronto - si dice “Azari and third”, numero romano - ha vinto. Due produttori, Dinamo Azari e Alixander III. E due cantanti, Starving Yet Full e Fritz Helder, dive soul che portano il concetto di clubber gay afroamericano al livello superiore. La musica (il primo album omonimo è ancora fresco di stampa, ed è uno di quei due o tre titoli dance all'anno che dovete comprare anche se di solito ascoltate tutt'altro) conferma. Un suono che si inserisce in pieno nel ritorno alla disco e alla deep house più scarne e sensuali che sta caratterizzando l'annata, ambito dove i quattro occupano grossomodo il posto di anello mancante fra Hercules e Art Department. Calda grana analogica, omaggi a un passato glorioso e sguardo fisso sul presente, devozione alle fondamenta della house e insieme voglia di ridiscuterle: “La house è libertà di espressione. È aperta, è ghetto e classe, ottimo mix. Non ci dispiace quando ci dicono che facciamo grande musica house, ma vogliamo essere percepiti come qualcosa di più.” Anche grazie ai testi: “È importante provare a dire qualcosa, a mettere qualcosa di reale nelle liriche. Ricordo quando ero molto più giovane, e ascoltavo questa musica che parlava dell'essere giovane, gay e nero... il fatto che questa donna o quest'uomo mi stessero dicendo che ero la persona più fiera del pianeta era eccezionale. Grazie, nella vita di tutti i giorni nessuno me lo dice! Mi dicono che sono stupido, casomai, e di stare zitto. Per questo anche testi semplicistici come 'tira su le mani' o 'siete fantastici' in realtà dicono tanto a così tanta gente. Abbiamo bisogno di sentircelo dire, triste ma vero.”
(Rumore n. 237)

16/11/11

9. LUCAS SANTTANA. Sem Nostalgia. Mais Um Discos.



Sempre più sommersi di musica, capita di perdersi cose di valore. Come questo cantante e chitarrista di Bahia, che scopriamo essere giunto con Sem Nostalgia al quarto album, uscito lo scorso anno e pubblicato oggi in Europa dalla londinese Mais Um Discos (marchio che sceglie "artisti brasiliani che fondono stili, ignorano i generi e irritano i puristi"). Confessiamo l'ignoranza, godendoci la bellissima sorpresa. Un Tom Zé del ventunesimo secolo, che nel titolo dichiara massima lontananza dalle tradizioni, ma che invece le reinventa in modo fresco e avventuroso, dissonante e accattivante insieme. Con solo voce, chitarre e suoni d'ambiente rimodellati per via elettronica, alternando portoghese e inglese, toccando cantautorato folk anglosassone e dub, esperimenti strumentali avant e pop futurista. Dodici brani, di cui tre scritti con Arto Lindsay, uno più bello e imprevedibile dell'altro.
(Rumore n. 238)

15/11/11

Ma che Fredo fa


(foto di Andrea Pomini)

Fredo Viola, avete presente?
Probabilmente no, e lasciatemi dire che il fatto è uno dei più grandi misteri della musica pop di questo nuovo millennio. Oppure, una spiegazione perfetta del potere sempre maggiore che - anche in tempi di recessione, dismissioni, acquisizioni - hanno uffici marketing e uffici stampa nella direzione dei media e nella formazione del gusto.
Lo ho già detto in passato e lo ripeto: in termini puramente oggettivi, per bravura e originalità, e per capacità di coinvolgere chi ascolta (e guarda!), è impossibile che Fredo Viola non sia una stella di prima grandezza del panorama internazionale. Uno invitato dappertutto, uno che fa l'ospite nei dischi di Björk e nei concerti di David Byrne, uno al quale i settimanali dei quotidiani dedicano dalle due alle quattro pagine.

Quando in televisione ho visto questa, ho pensato che forse era la volta buona, finalmente.


E invece no, a quanto pare.
In ogni caso, The Turn è il suo primo e unico album.
A mio parere, è uno dei migliori album del millennio sino a qui.
Cercatelo, e cercate anche su YouTube o Vimeo i suoi "cluster video".

La bella notizia è che Fredo è tornato, con due canzoni nuove nuove pubblicate su Bandcamp.
Eccole qua, senza ulteriori commenti.





PS - Questo è quello che scrissi nel 2009 per il catalogo del festival di cortometraggi Corto In Bra, quando Fredo fu protagonista di una memorabile esibizione dal vivo, e trovò anche il tempo di girare, montare e proiettare in due giorni una versione speciale della sua The Sad Song. Il giorno dopo la gente lo fermava per strada, commossa.



FREDO VIOLA, L’ALIENO DI FAMIGLIA
Statunitense di origine italiana, soprano professionista da adolescente e quindi regista laureatosi alla prestigiosa Tisch School dell’Università di New York, Fredo Viola è senza dubbio l’ospite più insolito di questa edizione del festival. Quello più di confine rispetto ai parametri cinematografici riconosciuti. Ma sono confini e parametri labili, messi in discussione ogni giorno dalla creatività umana, ridefiniti costantemente dalle conquiste tecniche e dalle forme del loro utilizzo. Fredo Viola riassume in sé questa confusione, e le possibilità che ne conseguono.
La sua espressione è un insieme difficilmente scindibile di musica, arti visive, cinema e performance. Una sintesi trovata confrontandosi con necessità e limiti, come spesso succede per le idee migliori. Dopo aver lavorato come montatore e designer di animazione Fredo decide di dedicarsi soprattutto alla musica, e da solo realizza canzoni fatte soprattutto di numerose parti vocali sovrapposte. “Man mano che le composizioni diventavano più complesse, ho cominciato a applicarvi alcune mie idee filmiche. Mentre pensavo a come strutturare i pezzi più intricati, visualizzavo la loro struttura come un viaggio cinematografico, o un sogno”. Come proporle dal vivo? Via video, creando un ensemble di tanti Fredo Viola sincronizzati, ripresi in parti diverse della stessa stanza e montati ognuno nel suo pezzo di schermo, ognuno impegnato a cantare la sua parte. Semplice, in fondo, ma ci aveva pensato qualcuno prima? “È il tipo più puro possibile di performance dal vivo, perché anche se non si sta realmente assistendo è senza correzioni, non adulterata. Ed è il massimo che possa fare senza far cantare una famiglia di miei cloni.”
Ma i diversi piani espressivi sono intrecciati a valle, oltre che a monte. Deliziosi acquerelli fra pop e folk, inni religiosi e canzone d’avanguardia, le sue melodie diventano addirittura straordinarie se viste. E vederle diventa il modo privilegiato di fruirne (non a caso, il suo album d’esordio The Turn esce con dvd allegato). A loro volta, i suoi cortometraggi sono molto di più che semplici videoclip delle canzoni. Come la sua musica, uniscono magia antica e soluzioni moderne, tensione romantica e pace, quotidiano e spirituale, con tecnica e gusto superiori. Parlando anche di cinema, tra le righe. Dichiarando la finzione in modo esplicito, come detto, o con piccoli dettagli - un microfono che entra in campo e viene spostato, la chiamata del ciak non tagliata - senza che ciò influisca sulla naturalezza del tutto, anzi esaltandola. E allora cinema può anche essere un video fatto di frammenti da 15 secondi catturati con una piccola macchina fotografica digitale, che su YouTube raccoglie ben 175.000 click in un singolo giorno. Cinema possono essere video realizzati in casa o per la strada, con mezzi semplici e idee chiare, e accessibili al di fuori dei canali tradizionali.
Per questo – ed è prerogativa dei Grandi – Fredo Viola è insieme un alieno piombato in mezzo a noi da chissà dove, e uno di famiglia che conosciamo da sempre. Per questo Fredo Viola ha senso, eccome, nel programma di un festival di cinema vivo e curioso come Corto in Bra.

14/11/11

10. SMART COPS. Per proteggere e servire. Sorry State/La Tempesta.



Gioca a tuttocampo, La Tempesta, e mette il suo marchio anche sul segreto meglio custodito del punk italiano contemporaneo. Un'accolita di ceffi già noti alle questure (With Love, La Piovra, Ban This e Hell, Yes! Records sono alcune delle attività passate o parallele dei quattro) che si fanno chiamare Sbirri Intelligenti, si presentano sul palco in divisa nera - basco, chiodo, pantaloni aderenti con striscia rossa e t-shirt con S e C giganti - e scrivono canzoni tutte a tema come Il cattivo tenente (“La morte non è un limite/Le droghe non sono ostacoli/La merda non la cancellerai mai/Non la cancellerai mai”), La legge del più debole, La soffiata, Meglio insabbiare e Facile bersaglio. La musica? Una miscela incandescente di punk newyorkese (Dead Boys) e californiano (Crime, va da sé, ma anche Weirdos e cose Dangerhouse) misto garage-beat italiano del più selvaggio. Un concept devastante, nei presupposti e nello svolgimento. In meno di venticinque minuti è tutto finito, ma lascia il segno. Come una perquisa ben fatta.
(Rumore n. 229)

Un modo solo per tradurre “smart” non c'è. Il dizionario dice “intelligenti”, “brillanti”, “svegli” e pure “eleganti”. Fate la media, aggiungete “sbirri” davanti e avrete, oltre ad anni di barzellette sui carabinieri riassunte con mirabile sintesi, gli Smart Cops. Quattro gaglioffi con radici nella scena punk italiana dell'ultimo quindicennio (With Love, Ohuzaru, La Piovra, Ban This!, Klasse Kriminale), passati per la classica trafila dei 7” in vinile e dei tour autogestiti in giro per il mondo, prima di debuttare su album con Per proteggere e servire. Niente di così nuovo, non fosse che in ballo c'è un pacchetto completo, una mission che moltiplica il loro suono grezzo e sparato - punk classico da CBGB's tipo Ramones o Dead Boys, roba californiana coeva tipo Crime o Weirdos, la violenza del beat anni '60 più marginale - fino a renderlo il terremoto che è.
Immagine coordinata, la chiamano. Le parole per cominciare, in italiano e in tema: titoli come Il cattivo tenente, La soffiata, Meglio insabbiare, Facile bersaglio, La legge del più debole, Quel dubbioso manganello rosa, Tra le reclute un pessimo soggetto; testi che parlano di infiltrati, auto blu, retate, “muscoli, ferro e minchia”. E le divise: nere dal basco alle scarpe, passando per chiodo, maglietta con logo rosso e braghe aderenti con banda verticale rossa; fra Pantere Nere e banda di motociclisti gay, fra (International) Noise Conspiracy e Mario Placanica. Look che risalta particolarmente, se sei a Gerusalemme e ti fai fotografare davanti a una caserma della polizia israeliana, con la faccia da duro e un bel fez in testa... “Avevamo un concerto a pochi passi da lì. È stato divertente vedere lo sgomento dei poliziotti veri chiusi dentro, di fronte a quattro ragazzi che li scimmiottavano con la loro divisa posticcia”.
Vecchi nemici, nuove tattiche. “Per un gruppo punk la rabbia nei confronti delle forze dell'ordine è sempre stata la base. Band straniere come Black Flag e Doom o italiane come Wretched e Raw Power, ad esempio. A noi piace approfondire l'argomento pensando al poliziotto come a un essere umano, pieno di incertezze e debolezze - l'essere sovrappeso, lo scoprirsi omosessuale, il non riuscire a risolvere i casi - che l'uniforme non accetta nè concepisce. Una doppia sconfitta, lavorativa e morale. Il ritratto di uno sbirro doppiamente martoriato, goffo e dubbioso, spunto per un'autoanalisi che tutti dovrebbero fare, a prescindere dalla divisa che indossano e dal ruolo che ricoprono”.
Reato preferito? “Abuso di potere, per non parlare di resistenza a pubblico ufficiale. Gli Smart Cops predicano bene, ma non razzolano altrettanto. La tendenza è quella di seguire un nostro codice personale, che cozza con quello dettato dalla legge: un po' come nel film Il cattivo tenente”. Senza redenzione, naturalmente.
(Rolling Stone n. 89)

13/11/11

I dischi del 2011

Da domattina la classifica del 2011.
Per ora, la migliore etichetta dell'anno: Planet Mu, per distacco.

15/10/11

Assassinato oggi, ventiquattro anni fa

A casa con molto lavoro da sbrigare in pochissimo tempo, e con un pancione molto più grosso del mio che a giorni regalerà un bel bimbo, lascio un pensiero a chi in questo momento è a Roma. Dai!





13/10/11

"Na tazzulella 'e cafè... e maje niente ce fanno sapé..."



Davanti a questo autogrill della Torino-Savona ci sono tre soli posti auto.
Sono tutti riservati, con tanto di rimozione forzata per i trasgressori.
Non sono riservati né ai disabili né alle donne in gravidanza, per esempio.
Sono riservati alla Polizia Stradale.

Non nell'esercizio delle sue funzioni, immagino.
La vita e centinaia di film ci hanno insegnato che la Polizia, stradale o meno, quando sta lavorando e ha fretta la macchina la lascia dove vuole. Anche giustamente, se vogliamo. Non arriva all'autogrill per arrestare un delinquente e perde tempo utile perchè tutti i parcheggi sono occupati. E il cittadino non si lamenta certo per una volante lasciata lì in mezzo, ci mancherebbe.

Ma quando è l'ora di un buon caffè, ah.
Forse qualcuno si è lamentato perchè lo stesso succedeva anche quando era semplicemente l'ora di un buon caffè, e in questa maniera si è pensato di evitare spiacevoli inconvenienti.



28/09/11

Diversi ma uguali

Qualche altro giorno in libreria, ed ecco il corrispettivo prettamente maschile (cfr. Luigio Guastardo Della Radica) di quel filone invece prettamente femminile.
L'affare è talmente incredibile, e a suo modo geniale, da non meritare ulteriori parole. Se oggi entriamo in più o meno qualunque libreria italiana troviamo - tutti fra le novità - i seguenti titoli:

L'infiltrato, di Antonio Salas, Newton Compton (titolo originale: El Palestino);
Il superstite, di Wulf Dorn, Corbaccio (titolo originale: Kalte Stille, "Silenzio freddo");
Il professore, di John Katzenbach, Fazi (titolo originale: What Comes Next );
L'addestratore, di Jeffery Deaver, Rizzoli (titolo originale: Edge);
Il negoziatore, di James Patterson e Michael Ledwidge, Longanesi (titolo originale: Step on a Crack);
L'osservatore, di Franck Thilliez, Nord (titolo originale: Le syndrome E);
Il paziente, di Nicci French, Sperling & Kupfer (titolo originale: Blue Monday);
Il carnefice, di Francesca Bertuzzi, Newton Compton (ovvero, il primo esempio di titolo italiano originale adeguato al trend).

Ma non è tutto, tenetevi forte.
Il 23 agosto esce Il persecutore, di Rory Clements, Piemme (titolo originale: Revenger) e l'8 settembre esce Il persecutore, di Ian Rankin, Longanesi (titolo originale: The Complaints).
Il 22 settembre esce Il burattinaio, di Torsten Pettersson, Newton Compton (titolo originale: Göm mig i ditt hjärta, "Nascondimi nel tuo cuore") e il 27 esce settembre Il burattinaio, di Francesco Barbi, Dalai.

E qui veramente avremmo pagato per vedere le facce nelle rispettive redazioni, quando hanno scoperto che la stessa idea geniale l'avevano avuta anche degli altri.

26/09/11

"Come ti gira dopo un colpo di pistola/Ti vedo un po' a corto di numeri"



















"Non ho chiuso il bar perchè non mi è sembrato opportuno - ha detto la titolare Pierina Giani - si è trattato di una fatto certo grave, ma voluto dalla signora. Mi spiace molto, era una donna gentile che da anni la domenica faceva colazione da noi, si sedeva al tavolo, consumava, dava la mancia e usciva. Ma perchè chiudere il bar? Aspettavo per pranzo 100 turisti in arrivo da Milano ed il locale era pieno di gente. Io devo pensare al locale, a pagare i dipendenti, e poi forse la signora avrebbe preferito questa riservatezza".

Nel delirio totale di questa dichiarazione - resa ai giornali dalla titolare del famoso bar torinese in cui questa mattina una donna si è chiusa in bagno e si è sparata, per spiegare la mancata chiusura del bar stesso - c'è una cosa che trovo particolarmente delirante.

"Devo pensare a pagare i dipendenti".
L'accenno buttato lì, la frase-chiave sentita mille volte alla tv in questi tempi grami e ripetuta ad arte sapendo che nessuno, a quel punto, avrà da ribattere.
Pericolosa, molto pericolosa.
La signora Giani vuole forse dire che chiudendo il bar per un paio d'ore, mossa da umana pietà o anche solo da buonsenso (per fare lavorare meglio polizia e ambulanza...), il mancato incasso sarebbe stato in qualche maniera diretta o indiretta scontato dai baristi e dai camerieri?
I suoi lavorano forse a cottimo, a cappuccini serviti e tramezzini riempiti, o hanno invece uno stipendio, in regola o in nero che esso sia, e quello stipendio alla fine del mese incassano?
Vi immaginate il vostro datore di lavoro che al momento di darvi la busta paga vi dice così: "Quel giorno siamo stati chiusi perché una si è sparata nel nostro bagno (o perchè si è allagata la cucina, o perchè si è rotta la serratura della saracinesca) e quindi ti pago di meno"?
Il rischio d'impresa è dell'imprenditore, non del dipendente. Quando l'impresa fa utili, la signora Giani non chiama i baristi e i camerieri per dividerli.

09/09/11

Ingrata "Juventuse"

Non trovate anche voi piuttosto contraddittorio che ieri, alla festa per l'inaugurazione del nuovo stadio della Giuventus, si contassero 29 scudetti vinti e non 27, ma non fossero invitati Luciano Moggi e Antonio Giraudo?

07/09/11

La seconda "i"

Su quanto e come le lingue straniere - senza scomodare il mandarino e nemmeno lo spagnolo, le prime due al mondo, restiamo per prudenza sulla terza e più convenzionalmente universale inglese - siano parlate dagli italiani, ci sarebbe da scrivere una tesi di laurea.

Personalmente, ho un debole per questo breve video girato durante il piccolo pogrom di Rosarno del gennaio 2010, in cui un presunto baluba zulu ignorante sintetizza come meglio non si potrebbe lo stato delle cose a riguardo.

Rosarno (Italy) - African citizen explain the protest from AfricanewsITALY on Vimeo.

E, sempre personalmente, ho provato brividi di natura perversa quando un amico, di professione fonico per un noto giovane ("Ma giovani..." "Sotto i cinquantacinque anni") gruppo rock italiano, mi ha raccontato di come presso il celebre festival estivo ungherese Sziget esista, oltre al campeggio libero e a quello VIP, il cosiddetto "campeggio italiano". Ovvero, un'area consigliata esplicitamente ai nostri connazionali ("ristorante italiano, info point con staff che parla italiano e inglese e con prese per caricabatterie. Operato da L'Alternativa Srl, venduto in Italia ed Olanda") e creata perchè, secondo quanto detto al mio amico da una organizzatrice dell'evento, nessuno degli italiani parla inglese ed è più semplice e comodo raggrupparli tutti insieme.
Che all'estero cercano comunque cibo italiano perchè è sempre il più buono, e che vengono dalla seconda nazione al mondo con più cellulari pro-capite, non lo ha detto ma lo ha sicuramente pensato.

Di isi pil (si scrive come si legge) e carefree (si legge come si scrive) non parlo nemmeno. Così come non apro il solito buco nero del doppiaggio di film e programmi tv (però cazzo, almeno le repliche delle repliche di Bourdain su Rai5 le vogliamo sottotitolare e non doppiare?).
Apro invece quello, anch'esso esplorato fino allo sfinimento, dei titoli che in Italia vengono dati ai film stranieri, perché da lì arriva lo spunto.

Da qualche tempo lavoro in libreria, in una nota catena nazionale che vende anche dischi e film. Vedo sullo scaffale il dvd di Away We Go di Sam Mendes, che mi avevano prestato in lingua originale, e vedo - con discreto ritardo, essendo uscito nei cinema alla fine del 2010 - che è stato intitolato American Life. Il che porta l'arte italica del titolo a cazzo di cane a un livello superiore.
Ovvero: non cambio il titolo in inglese con la sua traduzione in italiano (legittimo, lo concedo) e nemmeno cambio il titolo in inglese con un titolo in italiano che non c'entra nulla (pessimo).
No, cambio il titolo in inglese CON UN ALTRO TITOLO IN INGLESE, che non c'entra nulla.
Ma che c'entra eccome, intitolandosi American Beauty il precedente e molto fortunato film dello stesso regista. Il quale, ignaro dei meccanismi di marketing dei media italiani e di quelli mentali del pubblico italiano, passerà pure per uomo di scarsa fantasia che approfitta della situazione.
(Ora che ci penso, lo stesso vale per Denis Arcand: Le invasioni barbariche per Les invasions barbares ci stava, per carità, ma Le età barbariche per L'âge des ténèbres? Ok, chiudiamo subito la parentesi o fra un attimo ce ne sono altri mille).

Creo un filone, insomma.
Poco distante da quel dvd sta lo scaffale con la classifica dei libri più venduti, e lì noto lo stesso meccanismo applicato ai libri. Di autori diversi.
Sembra uno scherzo, cazzo.
Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh, Garzanti (titolo originale: The Language of Flowers); e a rimorchio:
- Il profumo delle foglie di limone, di Clara Sánchez, sempre Garzanti (titolo originale: Lo que esconde tu nombre);
- Il profumo della cannella, di Samar Yazbek, Castelvecchi (titolo originale: Ra'ihat al-Qirfa, in inglese chissà quanto fedele Cinnamon);
- Il profumo del tè e dell'amore, di Fiona Neill, Newton Compton (titolo originale: Friends, Lovers and Other Indiscretions);
- Il gusto segreto del cioccolato amaro, di Kevin Alan Milne, Sperling & Kupfer (titolo originale: Sweet Misfortune).

[10/9 - manco a farlo apposta, ieri vado al lavoro e ne trovo altri due appena usciti:
- Il segreto della collana di perle, di Jane Corry, Newton Compton (titolo originale: The Pearls);
- Gli ingredienti segreti dell'amore, di Nicolas Barreau, Feltrinelli (titolo originale: Das Lächeln der Frauen, in italiano "I sorrisi delle donne").]

[12/9 - manco a farlo apposta, oggi vado al lavoro e ne trovo altri tre:
- Gli ingredienti dell'amore perfetto, di Kate Jacobs, Piemme (titolo originale: Comfort Food);
- Il gusto proibito dello zenzero, di Jamie Ford, Garzanti (titolo originale: Hotel on the Corner of Bitter and Sweet);
- Un'eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal, Bollati Boringhieri (addirittura!) (titolo originale: The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance).]

Non siamo considerati molto intelligenti, insomma. Forse a ragione.

10/08/11

Minchia che ridere ("I am quite happy none of them engaged me directly, because at least one of us would have regretted it")














Chi segue le cose che scrivo in giro si sarà accorto di quanto tutto il fenomeno Odd Future mi paia una colossale allucinazione collettiva, figlia più del "ci sono arrivato prima io" che dell'effettivo ascolto dei dischi e di una anche sommaria lettura dei testi. Una bolla di sapone hipster che solo in questi tempi disgraziati si sarebbe potuta gonfiare.

(Qui la mia column per il numero 234/235 di Rumore)
"Quindi il problema del gangsta rap era la musica, non i testi. Bastava qualcuno che sostituisse il funk con qualcosa di più astratto e bianco - con la benedizione di The Wire e tam-tam autogenerante in Rete, naturalmente: perché se ne parla? Perché se ne parla! - e rime su rime dedicate a stupri, violenza, misoginia, omofobia, sessismo e odio gratuito non sarebbero state più un problema. Anzi, usate come grimaldello e sommate a un uso sapiente dei social network, e a una immagine pubblica che rimanda inevitabilmente ad almeno una altra crew molto numerosa e totalizzante (si fa presto a dire Wu Tang...), sarebbero servite per creare una bolla di proporzioni enormi. Tyler lo ha già dichiarato in Radicals: “Non fate nulla di quello che dico, è finzione cazzo. Se succede qualcosa, l'America Bianca non se la prenda con me”, ma al di là del possibile effetto emulativo, sentire certe frasi non è bello a prescindere. Non è divertente, e non è nemmeno interessante: alla voce “terapia in musica” esistono innumerevoli esempi più validi, all'ultima moda e non.
Comunque: ci fosse sotto la musica più bella del mondo, qualcuno potrebbe chiudere un'occhio. Ma da quel punto di vista Goblin è un album normale; non banale e a tratti pure geniale, ma non così superiore a tanti lavori hip hop moderni (Black up di Shabazz Palaces gioca nello stesso torneo e vale il triplo, per stare all'attualità). In più, dura ottanta minuti e rotti, e arrivare in fondo è una fatica. Vale anche per i dischi dei Dälek, dite? Certo, ma leggetevi i testi. Anche il Truceklan dice le stesse cose? Forse, ma almeno lo fa in italiano e su groove coinvolgenti, quasi assenti in Goblin. Che vince nel fornire una propria visione del mondo, senza dubbio: alienata e paranoica, chiusa a riccio su sé stessi e i pochi amici, e affanculo tutti gli altri. “Kill people, burn shit, fuck school”, insomma.
Non suona quindi strano che Tyler e il resto della ventenne cricca Odd Future piacciano ai coetanei: la loro interpretazione di questi tempi senza grosse speranze né ambizioni è perfetta, la loro fuga da ogni minimo contenuto è del tutto pertinente, il loro fascino esotico è irresistibile per hipster bianchi (sbeffeggiati dallo stesso Tyler in più di una rima, tra l'altro) che vogliono i loro negri esattamente così. Suona strano, piuttosto, che piacciano così tanto agli altri. Per sentirsi giovani e forti, tutto sommato, ci sono molti modi più sani e divertenti."


(qui la mia recensione dell'ultimo album di Tyler, The Creator per il numero 284 de Il Giornale della Musica)
"In forma di rap, la somma algebrica di una seduta psicanalitica e di uno sproloquio. La prima non c'è nemmeno bisogno di immaginarsela: in varie parti dell'album si sente proprio la voce trasfigurata dello “strizzacervelli” che fa le domande; il secondo invece non si fa mancare proprio nulla, toccando misoginia, sessismo, violenza, omofobia, odio e cosette del genere come se al microfono ci fosse un Eminem al quadrato, nero e alienato, poco gangsta e molto cerebrale. E in guerra contro il mondo intero. Fatta eccezione per la propria crew, naturalmente: che si chiama Odd Future Wolf Gang Kill Them All - il ventenne Tyler Okonma ne è la punta di diamante - e sta facendo impazzire media e pubblico di mezzo mondo. Per ragioni tutto sommato oscure. Come oscuro e chiuso quasi ermeticamente nei confronti dell'esterno è il suono di Goblin, creativo e progressista ma eccessivamente monocorde (e interminabile, con i suoi 82 minuti), parco di groove e di punti d'ingresso facilitati. Non lontano da quello di illustri predecessori come Dälek o Anti-Pop Consortium, ma senza il loro spessore lirico e attitudinale, e tarato sui gusti e le dinamiche della gioventù odierna. Delle cui forze e debolezze è un manufatto alquanto rappresentativo."

Dire "lo avevo detto anche io" suona sempre un po' sfigato, ma visto il declino della carta stampata - e visto che tutti i vari blogger musicali hanno persino smesso di dire "io i giornali musicali non li compro più" con tono saccente, da tanto l'argomento è vecchio (salvo non rifiutare mai venti righe scritte ovunque) - mi pareva giusto ribadirlo anche online.
Diciamo allora che mi sento un po' meno solo, e godo sommamente, nel riportare il pensiero di Steve Albini sull'argomento. Partecipando a un thread dedicato al suddetto collettivo sul forum dei suoi studi Electrical Audio, il celebre musicista e produttore statunitense racconta in due post la sua esperienza diretta a contatto con Tyler e compagnia.

Prima qui:
"I haven't mentioned this until now because I expected this shit to collapse into its own emptiness the way Salem and Vanilla Ice did before them, but whatever. I spent about 40 minutes with these little pricks at the end of May and I haven't wanted to strangle anybody that much in a real long time.
Their music is nothing, but sooner or later these little scrubs are going to get their asses kicked, and I suspect all their bullshit will calm down significantly after that happens.
Unhinged? Nah. Pedestrian eighth-grade shock nonsense fit only to upset grannies. Crazier shit is said at playgrounds every day."


E poi qui:
"My band shared an airport shuttle with them in Barcelona. They piled onto the shuttle late, after finally getting corralled by their minder, who was nursing a head wound with an ice bag wrapped in a towel. They piled in, niggering everything in sight, motherfucking the driver, boasting into the air unbidden about getting their dicks sucked and calling everyone in the area a faggot. Then one of them lit a joint (or a pipe, I didn't look) and told the driver to shut the fuck up nigger and smoked it anyway. A female passenger tried to engage one of them in conversation, but he just stared at her with a dead-to-me stare while his seatmate flipped double birds in her face.
The whole trip they complained about not being at a McDonalds and repeatedly shouted for the motherfucker to pull over so they could get some fucking McDonalds nigger. Interspersed with the McDonalds requests were shouted boasts about how often they masturbated and fucked bitches nigger and got paid like a motherfucker fifty grand like a motherfucker. They continued complaining that the trip was taking too long and insisted they be fed immediately all the way to the airport, where their minder presumably fed them.
I am quite happy none of them engaged me directly, because at least one of us would have regretted it.
I am well aware, thanks, that good people can make ugly art and that ugly people can make good art. Ultimately the function of art is to express something and move an idea from one person to another, and the tools of that can include revulsion and discomfort. Having been in a few bands myself, thanks, I know that the uninitiated can mistake these devices as windows into the soul of the creator. Ultimately they are, of course, but not necessarily in the crude autobiographical way they are often interpreted.
I know all that, so I am never quick to judge a person based on a superficial reading of creative output. Peter Sotos is a lovely fellow whom I trust implicitly, despite his writing evoking a truly primal disgust in me, to use another rapey example. Michael Gerald from Killdozer said it best in an interview, when the journalist remarked that he seemed like a nice fellow, which was unexpected given that the characters in his songs are often repellent. "Oh, that's not us," he said, "that's the crazy people we sing about." In that light, I am one hundred percent behind Odd Future's right to rap about what they wanna rap about, and if she don't like it fuck her.
And also fuck me. It's none of my business what they wanna. I'm not part of the audience for hip hop, and as a non-dilettante I don't generally respond to it when I hear it, so I can't make any critical assessment of Odd Future's music on its own terms, but they go out of their way to make it clear that this is not a case of regular people making music about assholes, but assholes making music about being assholes. I have no time for that. I don't respond kindly to it when Ted Nugent does it either.
If the whole thing is a put-on, a bit of Vincent Gallo life-as-theater for the benefit of whoever happens to be sitting next to them, that's no excuse. It's being an asshole about being an asshole."


Gli anni '90 che ci piacciono, insomma.
Forse bisognerebbe scrivere dei disordini nel Regno Unito e non di queste cose futili. Ma chissà che un nesso non ci sia, da qualche parte.

09/08/11

Afroamericani



Nel frattempo l'inviata a Londra di Repubblica, per non dire "neri", dice "afroamericani".

08/08/11

Multirazziale



Il sempre ottimo TG5, parlando dei disordini a Londra, sottolinea oggi nell'edizione delle 13 come questi siano scoppiati "nel quartiere multirazziale di Tottenham".
Dietro una finta correttezza politica, in tre parole:
1) Nego il dato di fatto che tutti i quartieri di Londra siano in qualche misura multirazziali. Anzi, se c'è una città europea che viene in mente per spiegare il termine, quella è proprio Londra.
2) Nego il fatto che ogni metropoli abbia innanzitutto quartieri poveri e quartieri ricchi, e che in quelli poveri fra un sottoproletario bianco e uno nero passi ben poca differenza.
3) Nego il fatto che spesso in questi quartieri vivano però più neri, e immigrati in generale, che bianchi, e che la popolazione di questi quartieri sia caratterizzata, in conseguenza dei motivi economici di cui sopra, su base razziale. Che è diverso da multirazziale.
4) Sottolineo, come sempre, che ogni problema nasce dall'aver reso le nostre città multirazziali. E che a non funzionare non è un sistema che offre a vaste fette di popolazione minori opportunità sociali ed economiche, e un diverso atteggiamento di forze dell'ordine e tribunali, ma la multiculturalità.
A dire "nel quartiere a maggioranza nera di Tottenham" si rischiava di fare brutta figura, insomma. E magari qualcuno si sarebbe chiesto perchè, nelle metropoli europee, in neri (e i poveri) abitino più spesso in certi quartieri piuttosto che in altri.


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