29/12/08

La sproporzione come misura

(da PeaceReporter, 27/12/2008)

Sono 195 le vittime palestinesi degli attacchi aerei israeliani di oggi, almeno 200 i feriti. Lo riferiscono gli ultimi bilanci forniti da fonti sanitarie della Striscia di Gaza, mentre l'ospedale di Gaza impazzisce, ancora una volta, di caos e dolore. Secondo il quotidiano israeliano Ynet, l'operazione militare israeliana a Gaza non è conclusa.

Piombo Fuso è stata chiamata l'operazione, che sarebbe stata decisa il giorno di Natale in seguito alla ripresa del lancio di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza verso il territorio israeliano. La tregua durata sei mesi e terminata da pochi giorni è un ricordo lontano, Hamas puntava a concordare un nuovo cessate il fuoco in cambio di un'effettiva normalizzazione dei valichi di confine, essenziali alla sopravvivenza della popolazione civile palestinese. Ma ancora una volta, con sprezzo della diplomazia e della vita, anche dei propri cittadini, il governo israeliano dell'uscente Ehud Olmert ha scelto di gettare benzina sul fuoco. E quanta. "è arrivato il momento di combattere". Così il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, secondo cui l'esercito aveva avuto da mesi l'ordine di prepararsi "all' operazione che è ora cominciata". Mentre la candidata premier alle prossime elezioni ora ministro degli Esteri, Tzipi Livni, annunciava una vigorosa campagna per spiegare al mondo che "Israele non aveva altra scelta".

"Quello in corso a Gaza è un massacro non è un bombardamento. È un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice" ha dichiarato all'agenzia Misna padre Manuel Musallam, parroco di Gaza, che nei bombardamenti ha perso un caro amico, il capo della polizia locale. "Cosa c'entra la polizia con Hamas?" continua Musallam, "i poliziotti sono cittadini comuni che lavorano. È vero, a Gaza comanda Hamas e in qualche modo la polizia deve rispondere a loro, ma i poliziotti non hanno niente a che fare con la politica e men che mai sono terroristi. Sono solo persone comuni che lavorano". Secondo un responsabile dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, è certo che tra le vittime ci siano anche molti civili. Tra le strutture coinvolte nei bombardamenti finora, risulta anche una scuola in cui diversi bambini sono rimasti feriti.

Questo pomeriggio, quando il bilancio del massacro era già abbondatemente a tre cifre, sono giunte le reazioni del presidente francese Nikolas Sarkozi, che ha condannato "le provocazioni irresponsabili che hanno portato a questa situazione, così come l'uso sproporzionato della forza", e quelle della Casa Bianca, che ha chiesto a Israele di evitare perdite civili nei suoi attacchi contro Hamas a Gaza, e ha aggiunto che i missili di Hamas contro Israele devono cessare". Di preoccupazione per la popolazione civile ha parlato la commissario Ue alle relazioni esterne, Benita Ferrero Wadner, che ha chiesto a israeliani e palestinesi di porre fine "all'escalation delle violenze". Da Beirut, invece, Hezbollah ha organizzato una manifestazione in solidarietà con la gente di Gaza e ha denunciato il "sospetto silenzio del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, in chiara connivenza con l'aggressore israeliano". La Lega Araba, intanto, ha convocato una riunione d'emergenza che dovrebbe iniziare oggi stesso in Giordania. E il ministro egli esteri egiziano, Ahmed Abul Gheit, ha convocato l'ambasciatore di Israele al Cairo, per protestare contro l'aggressione israeliana. Della quale l'Egitto sostiene di non essere stato avvertito.

E' stato un attacco a sorpresa a tutti gli effetti, dal momento che, dice il portavoce di Hamas Fawzi Barthoum "Pochi giorni fa le autorità israeliane ci avevano fatto sapere che non avrebbero attaccato la Striscia di Gaza". Barthoum ha confermato che le autorità della Striscia erano totalmente impreparate. Secondo l'agenzia di stampa palestinese Maan, che cita fonti israeliane, la riapertura parziale dei valichi di Gaza di ieri, per consentire l'ingresso di carichi limitati di aiuti, sarebbe stata consentita proprio per ingannare i dirigenti di Hamas in vista dell'offensiva di oggi. Secondo voci non confermate, nell'attacco sarebbe stato ucciso il capo delle Brigate Ezzedin Al-Qassam, braccio armato di Hamas. Ahmed Jaabari.

Mentre ancora il bilancio del massacro non è definitivo, Hamas già grida vendetta e minaccia il ritorno agli attentati suicidi in territorio israeliano. Tutto è di nuovo pronto a una nuova stagione di guerra, di orrori già visti che non smettono di ripetersi, rivelando con sempre minor pudore incompetenze e malafede.

27/12/08

Coda di paglia?



"Se Gesù fosse vivo oggi, starebbe senza dubbio insieme alla gente contro le potenze arroganti, stizzose ed espansioniste.
Se Gesù fosse vivo oggi, innalzerebbe senza dubbio la bandiera della giustizia e dell'amore per l'umanità per opporsi ai guerrafondai, agli occupanti, ai terroristi e ai prepotenti di tutto il mondo.
Se Gesù fosse vivo oggi, combatterebbe senza dubbio contro le politiche tiranniche dei sistemi economici e politici globali predominanti."

A rischio di riportare in auge una (non)notizia fortunatamente già quasi scomparsa dalle prime pagine (update: per fare posto ad altre purtroppo ben più concrete), ma che il suo porco dovere nelle teste occidentali un po' lo avrà fatto comunque:

1) Qualcuno mi spiega dove è l'antisemitismo in questa dichiarazione?
2) Qualcuno mi spiega perchè si sono sentiti chiamati in causa Israele e Stati Uniti d'America e non, chessò, il Canada o la Finlandia?
3) Qualcuno mi assicura che se le stesse parole le avesse pronunciate un prete, o perchè no il Papa, la reazione sarebbe stata identica?

24/12/08

Miscelazione in corso

Come bonus, i cinque migliori mix-album dell'anno:

1. DJ/rupture Uproot (The Agriculture)
2. Freq Nasty Fabriclive.42 (Fabric)
3. Appleblim Dubstep Allstars Vol. 6 (Tempa)
4. Stanton Warriors Sessions Volume III (Punks)
5. Skepta Rinse:04 (Rinse)

23/12/08

Altre 25 ristampe

Come per i dischi nuovi usciti nel 2008, anche per le ristampe aggiungo una piccola lista di titoli dei quali mi sono accorto poco o tardi, e che meritano menzione.

AA.VV. Every Mouth Must Be Fed (Pressure Sounds)
AA.VV. Highlife Time (Vampisoul)
AA.VV. Hot Guitars (Viper)
AA.VV. Lagos Shake – A Tony Allen Chop Up (Honest Jon’s)
AA.VV. New Orleans Funk Volume 2 (Soul Jazz)
AA.VV. Nigeria 70 (Strut)
AA.VV. Steppas’ Delight (Soul Jazz)
AA.VV. Up Jumped the Devil (Viper)
The Beat You Just Can’t Beat It – The Best Of (Music Club)
Belle & Sebastian The BBC Sessions (Jeepster)
Dennis Brown A Little Bit More - Joe Gibbs 12" Selection 1978-83 (17 North Parade)
Culture & The Deejays At Joe Gibbs 1977-79 (17 North Parade)
Alèmayèhu Eshèté Ethiopiques 22 - More Vintage! (Buda)
Joe Higgs Life of Contradiction (Pressure Sounds)
Marie Queenie Lyons Soul Fever (Vampisoul)
Mogwai Young Team (Chemikal Underground)
The Mohawks The Champ (Vampisoul)
The Morlocks Emerge (Area Pirata)
Mudhoney Superfuzz Bigmuff (Sub Pop)
Orchestre Poly-Rhythmo De Cotonou The Vodoun Effect (Analog Africa)
Bim Sherman Tribulation (Pressure Sounds)
23 Skidoo Seven Songs (LTM)
Sir Victor Uwaifo Guitar-Boy Superstar (Soundway)
Dennis Wilson Pacific Ocean Blue (Sony)
Neil Young Sugar Mountain - Live at Canterbury House 1968 (Reprise)

22/12/08



1. AA.VV. African Scream Contest (Analog Africa).

(...) Ma il gioiello più prezioso, da procurarsi ad ogni costo, è African Scream Contest - Raw & Psychedelic Afro Sounds from Benin & Togo 70s. Per il contenuto musicale innanzitutto, fusione bollente di funk, rock psichedelico e ritmi dell’Africa Occidentale realizzata con naturalezza soprendente. Ma anche per lo straordinario booklet, avvincente report sulla gestazione del disco con foto d’epoca e interviste sul campo. Esempio di attitudine e istruttivo (spassoso, a tratti) trattato su industria musicale e relativi personaggi delle due piccole nazioni in questione. Schiacciate fra colossi come Nigeria e Ghana, eppure in grado di sviluppare scene e linguaggi musicali autonomi. Raccolta superba, fra le migliori mai uscite nel suo genere. (da Rumore #198/199)

2. The Clash Live at Shea Stadium (Sony).
Un intero concerto di quella che si gioca con altre due o tre il titolo di più grande rock'n'roll band di sempre. Un concerto celebre, quello del 13 ottobre 1982, per chi conosce le vicende dei Clash: il secondo di fila allo Shea Stadium di New York di spalla agli Who, un mare di gente per lo più moderatamente ostile che vuole vedere Roger Daltrey; la band che ritorna nella città dove ha tagliato quello che restava del cordone ombelicale che la legava al punk, dove ha preso forma Sandinista! ed è così diventata esplicita la sua vena globale. Ma ci ritorna in crisi, con Terry Chimes di nuovo alla batteria in luogo di un Topper Headon ormai tossico full-time, e Mick Jones in procinto di essere sbattuto fuori. Eppure, o forse proprio per questo, l'esibizione dei quattro ha un'energia spiritata e rara, che spinge il tutto a velocità doppia e rimbomba nello stadio con la sicurezza che solo i grandi possono permettersi. Anche se Paul Simonon stona in maniera imbarazzante almeno un paio di attacchi di The Guns of Brixton (ma anche i deejay giamaicani, se ci pensate, non disdegnavano la stecca). Ma Live at Shea Stadium resta un altro tassello di una vicenda fondamentale per la musica popolare di tutti i tempi, di quelle poche capaci di farti desidererare di essere sul posto, quando certi dischi uscivano, e spiazzavano.

PS - Un consiglio: non impazzite per l'edizione deluxe. La copertina a libro, due paginette scritte da Bob Gruen e una dozzina di sue foto, interessanti più che belle, non valgono gli euro supplementari.

21/12/08


3. Rodriguez Cold Fact (Light In The Attic).
Una storia e un disco pazzeschi. Sixto Rodriguez è un detroitiano di prima generazione, figlio di messicani, che si fa strada suonando nei bar più scassati e improbabili della Motorcity, spalle al pubblico e chitarra acustica amplificata. Ma le sue canzoni sono un tesoro, e se ne accorge un team produttivo formato da Dennis Coffey (all’epoca chitarrista dei Funk Brothers, house band della Motown) e Mike Theodore. Con loro Sixto realizza nel 1970 questo fantastico album di debutto, una perla che negli Usa viene ignorata e dimenticata ben presto, ma che per gli strani casi del rock’n’roll diventa uno dei simboli della controcultura bianca in Sud Africa. Dove Rodriguez è tuttora amato quanto i big. Di che si tratta? Di pop e folk, Dylan e psichedelia, critica sociale e visionario realismo di strada, riuniti in dodici canzoni che hanno del miracoloso per come riescono a evocare quei tempi e quei luoghi con una nitidezza incredibile, suonando tuttora stupende. E ci fermiamo qui, per non rovinarvi ulteriormente la sorpresa. Senza facili entusiasmi: un Classico. (da Rumore #200)

4. Derrick May Innovator (R&S).
Dopo il ripescaggio dei Model 500 di Juan Atkins (The Originator) tocca oggi alle produzioni di Derrick May (The Innovator appunto) a nome Rhythim Is Rhythim e Mayday soprattutto. Con Kevin Saunderson (The Elevator) si tratta di quei mitologici Belleville three che, da un sobborgo della Motorcity e con mezzi rudimentali a disposizione, trasformarono letteralmente la house in techno. Quella che May stesso ebbe a definire “George Clinton che incontra i Kraftwerk in un ascensore”, o hi-tech soul. Perché dell’ennesima tappa nella meravigliosa storia della musica afroamericana si trattò e si tratta, ed è evidente dal calore e dall’amore che queste tracce trasudano. Doppio cd antologico uscito nel 1998 e fuori catalogo da anni, raccolta di materiale prodotto fra 1987 e 1997, Innovator è senza troppi giri di parole un disco indispensabile. Pieno zeppo di classici senza tempo (Nude Photo, Strings of Life, The Beginning… la lista dovrebbe comprendere tutte e ventinove le tracce) e mai meno che brillante. Le sue progressioni vi porteranno molto, molto in alto. (da Rumore #200)

5. AA.VV. Soul Messages from Dimona (Numero).
L'ennesima storia pazzesca scoperta chissà come dalla Numero, forse l'etichetta che meglio incarna la concezione di ristampa cara al sottoscritto. Ovvero: la ricerca sul campo spinta al suo estremo, fino ad angoli bui che nemmeno sospettavamo esistessero; la pubblicazione di dischi curatissimi in ogni minimo particolare sonoro, grafico e testuale; la creazione di un marchio più forte dei singoli titoli che lo portano impresso. Titoli non di media qualità peraltro, e nemmeno rubricabili come mere curiosità che fa molto figo dire di ascoltare ma poi non si ascoltano mai. Certo dire di ascoltare disco e funk del Belize, cantautrici acustiche americane da 500 copie dei '70, gruppi soul di pre-adolescenti e gospel-funk più amico del diavolo che dell'acquasanta fa effettivamente molto figo, ma è bello constatare come tutte le cose citate (e le altre: dal power-pop alle numerose monografie su etichette soul locali dei '60) siano quasi sempre all'altezza dei loro omologhi più noti. E lo ripetiamo, sono dischi che è splendido possedere.
Ma questa storia, come detto, è forse la più pazzesca di tutte. Dimona è una cittadina nel deserto del Negev, Israele, trentacinque km ad ovest del Mar Morto. Nel suo paesaggio tutto roccia e terra arida, via Liberia e attraverso vicende rocambolesche che non vi leviamo il piacere di leggere nell'ottimo booklet, si stabilisce fra la metà dei '70 e i primi '80 un gruppo via via sempre più numeroso di ebrei neri statunitensi, militanti afrocentrici della South Side di Chicago ansiosi di rimpatrio nella Terra Promessa. Alcuni di loro, guidati da Charlie "Hezekiah" Blackwell, sono già attivi da qualche tempo come band, i Soul Messengers. In sandali, turbanti e dashiki animano i meeting della comunità, e continuano a farlo nel Negev. Dove contribuiscono al mantenimento della stessa comunità pubblicando dischi e andando in tour, e si allargano via via nella formazione e in numerosi progetti collaterali, trovando spalla in nuovi arirvati come i Sons Of The Kingdom.
Ecco, Soul Messages from Dimona raccoglie il meglio di quei dischi, un'ora abbondante di soul spirituale, funk, jazz psichedelico e messaggio (bastano come titoli Burn Devil Burn, Heaven of Heavens, Savior in the East, Messiah, Modernization e Our Lord and Savior?) incredibile ma vera. Sedici tracce in tutto, a nome Soul Messengers, Sons Of The Kingdom, The Spirit Of Israel (le mogli!) e Tonistics (i figli!) che catapultano davvero in un altro mondo, con effetto a tratti straniante. Soprattutto ascoltando e vedendo le foto dei Tonistics, clamorosi Jackson 5 israeliti: Holding on è il numero che presumibilmente infiammava i fedeli, Dimona (Spiritual Capital of the World) il manifesto.

20/12/08



6. Creedence Clearwater Revival Creedence Clearwater Revival/Bayou Country/Green River/Willy and the Poor Boys/Cosmo’s Factory/Pendulum (Fantasy/Universal).
San Francisco, fine anni ’60. In piena ubriacatura hippie, quattro ragazzi del sobborgo di El Cerrito si vestono da bovari, sognano il Mississippi e il Tennessee invece dell’India, e mescolano in maniera ispiratissima e pop tutto quanto rende grande la tradizione musicale nordamericana, bianca e nera: country, blues, rock’n’roll, soul. Il batterista Doug Clifford, il bassista Stu Cook e il chitarrista ritmico Tom Fogerty sono il metronomo, la sostanza di un suono essenziale, caldo, moderno. Il cantante, chitarrista solista e autore John Fogerty, fratello di Tom, è talento puro e voce straordinaria. I quattro arrivano dal garage, si chiamavano Golliwogs. Ora si chiamano Creedence Clearwater Revival, e quello che faranno di lì a poco li renderà la più grande rock band americana di quello scorcio di decennio, e una delle più amate di tutti i tempi.
Succede tutto nel giro di tre anni o forse meno. Nel 1968 un album di debutto omonimo acerbo ma convincente, che sottopone al trattamento della casa classici come Suzie Q (Dale Hawkins) e I Put a Spell on You (Screaming Jay Hawkins). Nell’anno di grazia 1969 l’esplosione: a gennaio Bayou Country, con le scure Born on the Bayou e Graveyard Train, e l’eterna Proud Mary; ad agosto Green River, fangosa elettricità e Bad Moon Rising, incubo amaro travestito da canzoncina; a novembre Willy and the Poor Boys, con l’immensa Fortunate Son e una più marcata impronta tradizionale. Una tripletta micidiale, che introduce il capolavoro Cosmo’s Factory, del 1970. Copertina orrenda, disco sublime: Run Through the Jungle è il buio, Who’ll Stop the Rain? la luce, gli undici minuti di I Heard Through the Grapevine di Marvin Gaye una delle cover più riuscite di sempre, di quelle che superano l’originale. Pendulum, stesso anno, non può essere all’altezza, ma almeno Have You Ever Seen the Rain?, Hey Tonight e la potente Pagan Baby meritano la menzione.
E bovari non sono, con tutto il rispetto per i bovari. Sotto la crosta di jeans e flanella agiscono un cuore e un cervello in piena sintonia con i tempi, capaci di picchiare duro o girare intorno al bersaglio, per i quali il guardare indietro è metafora più che nostalgia, e l’America è amata profondamente più che sbandierata. Difficile riconoscere la Terra delle Opportunità sotto il cielo color piombo di Bad Moon Rising, non a caso adottata come titolo e umore dai Sonic Youth più cattivi. Difficile fraintendere Fortunate Son, l’esempio più lampante, come in seguito verrà fatto con il povero Springsteen: la rabbia proletaria di Fogerty esce letteralmente dai solchi e riempie l’aria, e in 2’19” smaschera ipocrisie a stelle e strisce passate, presenti e future. Facilissimo innamorarsene.
*****
È una la principale fonte di tracce inedite sparse fra le sei ristampe (tutte rimasterizzate ed accompagnate dalle note di decani del giornalismo musicale americano): i concerti del tour europeo del 1971, ultime apparizioni dal vivo della band, già in formazione a tre per l’abbandono di Tom Fogerty. Il solo John regge ovviamente bene le maggiori responsabilita, e il suono è quello immediato e potente di sempre. Sfilano quasi solo classici: a Bayou Country toccano Born on the Bayou e Proud Mary; a Green River una spiritata title-track che sfocia in Suzie Q, oltre a Bad Moon Rising e Lodi; a Willy and the Poor Boys l’accelerata Fortunate Son e It Came out of the Sky; a Cosmo's Factory la sola Up Around the Bend; a Pendulum, ovviamente, Hey Tonight.
La curiosità più grande, però, è una session televisiva con Booker T. and the MGs, spina dorsale del suono Stax, registrata nella sala prove dei Creedence a Berkeley: sentire le sei corde di Steve Cropper e quelle di John Fogerty insieme, con quell’Hammond sotto, in Down on the Corner (su Willy…) ma soprattutto in Born on the Bayou (su Cosmo's…) è un vero piacere.
Altro da segnalare? Su Pendulum, le due parti di 45 Revolutions Per Minute, bizzarro montaggio di musica e finte trasmissioni radio, singolo promozionale ispirato dai Beatles dell’album bianco. Su Green River, due brani mai finiti dei quali resta solo la base strumentale (bella soprattutto Glory Be). Su Bayou Country una bella versione alternativa lunga il doppio di Bootleg, e una jam blues chilometrica registrata al Fillmore di San Francisco nel 1969. Sul debutto, infine, il retro del primo singolo dei Golliwogs (perchè non anche il davanti?) e dodici roventi minuti di Suzie Q dallo stesso concerto al Fillmore. (da Rumore #201)

7. Aretha Franklin Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul (Atlantic/Rhino).
Otto anni, dal ‘67 al ‘74: è durante il suo soggiorno presso la Atlantic di Jerry Wexler che la figlia del reverendo C.L. Franklin diventa Regina del Soul. La potenza smisurata del suo impatto sul mondo è qualcosa che va oltre la sua voce prodigiosa, o la qualità del materiale autografo o meno sul quale la libera. È qualcosa di molto difficile da spiegare a parole (ma ci è riuscito Maurizio Blatto nel suo MyTunes di dicembre, con una delle cose più belle mai lette su Rumore), evidente però non appena la canzone, qualunque canzone cantata da Aretha in quel periodo, comincia. Anche per questo, un doppio cd che da lì pesca trentacinque rarità, demo, outtakes o versioni alternative - con percentuale altissima di materiale inedito - è oro puro, tanto quanto la decina di album ufficiali coevi. Parliamo di una donna il cui unico pezzo esplicitamente funk in carriera (Rocksteady, qui in torrida versione estesa) manda a casa metà del sister funk dell’epoca, e ce ne vuole. Una donna che si siede al piano e accompagnata solo da basso e batteria butta lì un demo del futuro inno I Never Loved a Man (the Way I Love You) da piangere calde lacrime. E che razza di disco sarà Soul ’69, ad esempio, se si permette di lasciare fuori roba come Talk to Me, Talk to Me? Opera maestosa, o poco ci manca. E trattandosi di una Regina, l’aggettivo suona doppiamente appropriato. (da Rumore #193)

19/12/08



8. AA.VV. Nigeria Special/Nigeria Disco-Funk Special/Nigeria Rock Special (Soundway)
Non una, non due, ma tre splendide compilation dedicate agli anni ’70 nigeriani arrivano sul mercato praticamente in contemporanea, ed è un’offensiva di primavera che lascia senza parole. Al 99% materiale mai ristampato prima, nessun doppione nelle scalette, confezioni e booklet meravigliosi. Con sottotitoli che da soli aprono mondi affascinanti (Modern Highlife, Afro-Sounds & Nigerian Blues 1970-6 la prima; Sound of the Underground Lagos Dancefloor 1974-1979 la seconda; Psychedelic Afro-Rock & Fuzz Funk in 1970’s Nigeria la terza) e musica altrettanto magica, sono ulteriori testimonianze da una scena che dire ricchissima è poco, ancora largamente inesplorata a livello di ristampe.
Soprattutto per quello che riguarda titoli di singoli artisti: ascolteremo mai i due album dei Sahara All Stars Of Jos, ad esempio? E almeno uno dei sei di Tunji Oyelana & The Benders? Attenzione: sono due fra i nomi più noti del lotto, insieme a Peter King, Sir Victor Uwaifo, The Funkees, Bola Johnson, Sir Shina Peters, Joni Haastrup e i suoi Mono Mono, tanto per capirsi. Il resto è roba oscura sul serio. Niente Fela Kuti, King Sunny Ade, Tony Allen, Orlando Julius o Geraldo Pino. In questi brani troviamo la base, il movimento, il sobbollire della nazione più popolosa d’Africa nel decennio più turbolento del dopoguerra. La tradizione highlife sempre viva, l’impatto dirompente del Presidente Nero, l’influenza del funk, della disco, del blues e del jazz afroamericani, quella del rock psichedelico anglosassone: tutto concorre nella creazione di un output musicale torrenziale, e di livello altissimo.
Nigeria Special è un mirabolante doppio che fornisce uno spaccato eterogeneo ed efficace di quanto detto, nella quale è davvero difficile pescare un brano migliore degli altri, ma se le forze di Polizia passassero più tempo su cose come Asiko Mi Ni (The Nigerian Police Force Band) e meno su altre, non potremmo che rallegrarcene tutti. Nigeria Disco Funk Special è invece orientata in maniera decisa verso sonorità più americane, ma di nove gioielli afro-disco di questo livello, come Mota Ginya (The Voices Of Darkness) o Lagos City (Asiko Rock Group), è davvero impossibile lamentarsi. (da Rumore #196)
Nigeria Rock Special è il terzo capitolo della serie. Se titolo e sottotitolo dicono già abbastanza, singolare è l’evento che slega la scena pop-rock nigeriana dell’epoca dalla pura imitazione di modelli anglosassoni: l’arruolamento di musicisti locali da parte di Ginger Baker, quasi di casa a Lagos. Reduci dalle esperienze in giro per il mondo con lo storico batterista dei Cream, Berkley Jones e Laolu Akins fondano i BLO, Joni Haastrup i Mono-Mono. Inizia una rigogliosa stagione di chitarre elettriche e radici, pantaloni a zampa di elefante e camicie tradizionali. La via afrocentrica al rock lisergico. (da Rumore #198/199)

9. Kid Creole Going Places – The August Darnell Years 1974-1983 (Strut).
Fermi tutti: non è lo stesso Kid Creole che con le sue Coconuts andava a cantare Endicott in playback da Mike Bongiorno. O meglio: è lo stesso, ma colto a inizio carriera. Quando fu produttore a libro paga della Ze Records, marchio fondamentale per la cosiddetta disco mutante newyorkese, prima con il suo vero nome e poi, dal 1980, con l’alias che lo rese una stella del pop mondiale. Going Places raccoglie quindi non solo materiale uscito a nome suo e delle Noci di Cocco, come l’irresistibile versione estesa di He’s Not Such a Bad Guy After All, ma anche e soprattutto produzioni del Nostro. Inni disco come There But For The Grace Of God Go I dei Machine e Don’t Play with My Emotions di Ron Rogers, il parlato molto The Streets di Cristina e della sua Is That All There Is?, una leccornia kitsch a cassa dritta come I’m an Indian Too della Don Armando’s Second Avenue Rumba Band, estesa pure lei. Linee di basso enormi, coretti, feeling tropicale fra i grattacieli: dietro c’era il Creolo, ed è una splendida sorpresa. (da Rumore #195)

18/12/08

Top 10 ristampe 2008

Lo stesso giornale che-dovreste-ricominciare-a-comprare mi chiede ogni anno una classifica delle migliori ristampe.
Io cerco sempre di considerare non tanto la bellezza e la portata del disco originario, quanto altri fattori. La sua rarità, il suo non essere mai stato ristampato prima o il suo non essere mai stato ristampato prima su cd, l'aggiunta di tracce bonus davvero interessanti, il mettere insieme singoli usciti solo in vinile, la presenza di materiale grafico o testuale di qualità che arricchisca l'oggetto e lo contestualizzi. Al limite anche la rimasterizzazione, anche se non ci capisco un tubo e comunque il 99% delle ristampe ormai è rimasterizzato a prescindere.
Questi la miei dieci ristampe del 2008, come al solito a ritroso.


10. Carl Craig Sessions (!K7).
In un mondo fast and furious come quello del clubbing, il fatto che Carl Craig rappresenti da quasi due decenni lo stato dell’arte - rendendo oro ogni cosa che tocca e funzionando da “garanzia di qualità” per chiunque lavori con lui - la dice lunga sulla statura del personaggio e sull’eccellenza della sua opera. Qui riassunta, per quanto possibile, in due cd mixati dallo stesso Craig e assolutamente indispensabili, per i fan come per chi volesse mettersi un disco techno in casa, così per vedere l’effetto che fa. In scaletta, produzioni proprie e remix. Con le prime prende forma una sorta di greatest hits dell’asso di Detroit, che spazia attraverso anni, umori e pseudonimi: Paperclip People, 69 e Innerzone Orchestra, oltre alle generalità ufficiali. Tra i secondi, roba eterogenea per provenienza e portentosa nei risultati: Francesco Tristano, Junior Boys, Rhythm & Sound, Delia Gonzales & Gavin Russom, l’incantevole Tides di Beanfield. E ovviamente, la monumentale Angola di Cesaria Evora. (da Rumore #193)

Fatto venti, facciamo cinquantuno

Sigillo la classifica dei migliori dischi del 2008, per quanto possibile, con qualche menzione d'onore in ordine alfabetico. Sono 31 titoli che sono rimasti fuori dai primi 20 perchè lo meritavano, o perchè mi sono accorto tardi di loro, o perchè mi sono dimenticato di loro, ma che a mio parere meritano attenzione.

Amadou & Mariam Welcome to Mali (Because)
AA.VV. Ministero dell’Inferno (Propaganda)
Baby Charles Baby Charles (Record Kicks)
Blake/e/e/e Border Radio (Unhip)
Bon Iver For Emma, Forever Ago (Jagjaguwar)
Vinicio Capossela Da solo (Atlantic/Warner)
Nick Cave and the Bad Seeds Dig!!! Lazarus Dig!!! (Mute)
Department Of Eagles In Ear Park (Domino)
Diplo/Santogold Top Ranking (Mad Decent)
Diplomats Of Solid Sound feat. The Diplomettes Diplomats Of Solid Sound feat. The Diplomettes (Record Kicks)
Distance Repercussions (Planet Mu)
Don Turbolento Don Turbolento (Circolo Forestieri)
Dusk & Blackdown Margins Music (Keysound)
Fucked Up The Chemistry of Common Life (Matador)
Karl Hector & The Malcouns Sahara Swing (Now-Again)
Hot Chip Made in the Dark (DFA/EMI)
Jex Thoth Jex Thot (I Hate)
Kokolo Love International (Freestyle)
Seun Kuti Many Things (Tôt ou Tard)
The Last Shadow Puppets The Age of the Understatement (Domino)
Lindstrøm Where You Go I Go Too (Smalltown Supersound)
Meddaman Voce Del Verbo Essere (Vibra)
Miracle Fortress Five Roses (Secret City)
Mount Eerie/Julie Doiron/Fred Squire Lost Wisdom (P.W. Elverum & Sun)
No Age Nouns (Sub Pop)
Offlaga Disco Pax Bachelite (Santeria)
Parts & Labor Receivers (Jagjaguwar)
Thao We Brave Bee Stings And All (Kill Rock Stars)
Chad VanGaalen Soft Airplane (Sub Pop)
Vanvera A Wish Upon A Scar (Here I Stay)

PS - Solo un'oretta dopo, già tre aggiunte:
Anathallo Canopy Glow (anticon.)
Congregation Congregation (Bronzerat)
Jonathan Richman ¿A Qué Venimos Sino A Caer? (Munster)

E chi non canta resta a casa / 5

A riprova di quanto detto, riguardo la penetrazione profonda nell'immaginario pop britannico di musiche per noi invece irrimediabilmente underground, un coro che arriva sempre da Manchester, ma questa volta dalla sponda ricca e celebrata dello United. I cui tifosi riadattano all'indirizzo dei rivali cittadini del City la canzone forse più famosa degli Inspiral Carpets, glorie britpop locali: This Is How It Feels. E la beffa sarà sicuramente un caso, ma proprio come roadie degli Inspiral Carpets fece la sua timida comparsa sulla scena musicale un noto e accesissimo tifoso del City, Noel Gallagher, molti anni fa.

Comunque, quella che era la tenera fotografia di un'adolescenza incompresa:
This is how it feels to be lonely
This is how it feels to be small
This is how it feels when your word means nothing at all


diventa un'impietoso conteggio delle coppe in bacheca, tipico dei tifosi delle cosiddette grandi, che evidentemente su quello basano il proprio tifo:
This is how it feels to be City
This is how it feels to be small
This is how it feels when your team wins nothing at all


Qui la versione dei Red Devils:


Qui gli Inspiral Carpets:

16/12/08


1. Buraka Som Sistema Black Diamond (Enchufada/Fabric).
Segreto ben custodito dagli addetti ai lavori più illuminati, il kuduro potrebbe aver trovato in questo secondo album della crew portoghese/angolana - il primo sarebbe From Buraka to the World (2006), classificato EP nonostante i 10 pezzi - il lasciapassare presso il pubblico dance globale. Per valore e tempismo, innanzitutto, ma anche per ciò che succede 14” dentro la seconda traccia: M.I.A. si lancia in un ritornello tanto elementare quanto irresistibile. Scioglilingua da MC di sound system più che roba da cantante, due frasi ripetute che tirano giù i muri, equivalente simbolico del lasciapassare di cui sopra. Ma tutta Sound of Kuduro è un manifesto esplicito per titolo e svolgimento. C'è il Sistema con una base sincopata e tambureggiante, ci sono gli MC angolani Saborosa e Puto Prata, c'è un video fenomenale girato a Luanda. Il resto la raggiunge agli stessi livelli stellari: la devastante Kalemba (wegue wegue), la giovane e tostissima Pongo Love al microfono, e Aqui para voces, con l'altrettanto tosta brasiliana Deize Tigrona, pura favela su scansioni fidget. E ancora Luanda/Lisboa, Kurum, la verve di Bruno M in Tiroza, le contaminazioni acustiche di General, le profondità della tenebrosa suite New Africas. Peccato per l'assenza della title-track (con le cadenze grime dei mancuniani Virus Syndicate) nell'edizione per il mercato europeo, primo album non compilation ad uscire per il prestigioso marchio Fabric. Ma i tre brani aggiunti sono tre killer: D…D…D…D…Jay e Yah!, picchi del disco precedente, e Skank & Move con la stella grime Kano. Qui e ora, ascolto imprescindibile. (da Rumore #203)


2. Hercules And Love Affair Hercules And Love Affair (DFA).

Non fa tantissimi dischi, la DFA, eppure ogni anno riesce a piazzarne almeno uno nelle primissime posizioni di molte classifiche, compresa quella del sottoscritto. Nel 2007 toccò al secondo LCD Soundsystem, lavoro capace non solo di sorpassare il suo predecessore, ma anche di sconfiggere con All My Friends quella piccola maledizione che colpisce chi gioca il jolly (Losing My Edge) all'esordio e non riesce più a fare meglio in seguito. Nel 2008 tocca invece al debutto di Andy Butler e della sua cricca. Un esemplare di neo-disco fresco ed estremamente personale, che sta benissimo sull'etichetta newyorkese (a proposito: sarà questa la volta buona in cui daremo finalmente a quello della DFA che non è James Murphy Tim Goldsworthy, impeccabile produttore dell'album, ciò che è di Tim Goldsworthy?) e ne rappresenta al contempo una delle numerose facce, ancora inedita. Dieci tracce buone da ballare e da ascoltare, emozionanti, che riportano d'attualità l'anima della disco di una volta con relativa corrente sotterranea di malinconia. E tutto al netto di Blind, la canzone dell'anno, della quale già si è detto qui, qui e qui. L'uovo di Colombo, uno dei punti più alti raggiunti dal pop di ogni tempo. Ma occhio anche a Raise Me up...

15/12/08

E chi non canta resta a casa / 4

Nella rubrica su cori calcistici e musica bella, doppietta entusiasmante dei tifosi dell'FC United Of Manchester, a riprova di quanto numerosissimi artisti e stili qui da noi irrimediabilmente di nicchia siano invece cosa pop nel Regno Unito.
Stavolta tocca all'inno punk per eccellenza, Anarchy in the UK dei Sex Pistols. Il testo riarrangiato è chiaramente un'orgogliosa riaffermazione dell'esistenza stessa della squadra (per la storia in breve tornate indietro di qualche post fino a qui).

I am an FC fan
I am Mancunian
I know what I want
and I know how to get it
I wanna destroy Glazer and Sky
'cos I wanna be at FC


Qui sei minuti di dedizione:


Qui tre e mezzo di originale, con Glen Matlock:

12/12/08



3. Deerhunter Microcastle/Weird Era Continued (Kranky/4AD)
Sono in cinque, vengono da Atlanta e li guida una delle icone della scena rock indipendente statunitense attuale, l'iperproduttivo e talentuoso Bradford Cox. Che dopo aver esordito anche in proprio come Atlas Sound, e mentre continua ad inondare il suo blog di brani inediti e bizzarrie assortite, firma insieme ai suoi prodi l'album della consacrazione. Grossomodo invariati gli ingredienti che attirarono l'attenzione sul precedente Cryptograms e sul mini Fluorescent Grey, pare nuova e ispiratissima la maniera di combinarli. C'è il pop-beat psichedelico, romantico e dal sapore vintage, di Agoraphobia, Saved by Old Times e Little Kids, che in Microcastle e nella conclusiva Twilight at Carbon Lake si impenna in finali densi di chitarra fuzz. Ci sono assalti melodici di scuola Sonic Youth/Dinosaur Jr/Pavement che conquistano (Never Stops, ma soprattutto il potente singolo Nothing Ever Happened), viaggi narcotici pigri e sognanti (Neither of Us, Uncertainly) e tre brevi episodi di cantautorato etereo e quasi ambient proprio in mezzo alla scaletta. Ma tutto è più focalizzato e accattivante. Tutto è dolce, ispirato, evocativo. C'è chi lo chiama “shoegazer”, noi preferiamo “skygazer”: perchè lo sguardo pare rivolto al cielo, più che alle scarpe. (da Il Giornale Della Musica #253)


4. The Mojomatics Don't Pretend That You Know Me (Ghost).
Un disco perfetto. Vario, potente e ispirato, che supera di slancio le secche del revivalismo dove la band veneta rischiava di ritrovarsi vita natural durante, per pigrizia e schematicità di chi ascolta soprattutto. Si rassegnino i puristi della bassa fedeltà e si attrezzino gli altri: queste sono Canzoni, scritte e interpretate benissimo, e Don't Pretend That You Know Me è un album che scorre con freschezza e naturalezza rare, fissandosi in testa con disarmante facilità. L'insieme amalgama la spavalderia dei primi Jam, le progressioni garage-punk più classiche, il pop senza tempo di Beatles e Kinks, il lirismo dei Dream Syndicate e di tante band australiane degli ‘80, l'immediatezza dei Buzzcocks, le visioni del giovane Dylan elettrico, la freschezza beat-punk dei misconosciuti Hi-Fives (tre grandi album su Lookout! fra ‘95 e ‘98, da recuperare assolutamente), le atmosfere antiche di folk, country, blues e rock’n’roll. E l’adrenalina dal risvolto triste dei Remains di Don’t Look Back, classico del suono americano dei ‘60 e insieme fulgido esempio di superamento dei canoni del genere. Se non il meglio del rock degll'ultimo mezzo secolo, qualcosa di molto vicino. La parte del leone la fa una serie di episodi veloci caratterizzati dalla predominanza di accordi minori di chitarra, suonati pieni e senza ritegno. Sono soprattutto questi e le melodie vocali conseguenti a fare le canzoni, a dare un tocco malinconico che conquista. Come in Wait a While, strepitosa apertura dell’album e canzone fra le migliori dell'annata: ha un tiro pazzesco e uno stacchetto in controtempo che nemmeno i Nofx, ma allo stesso tempo pare una murder ballad country sparata a velocità tripla, e sommersa dalla distorsione. Il resto è pressochè all'altezza.


5. Fleet Foxes Fleet Foxes (Sub Pop).
A livello di pura rivelazione, il nome del 2008 è senza dubbio quello dei Fleet Foxes. Che praticamente dal nulla sono arrivati ed hanno conquistato i cuori di moltissimi con un suono rarefatto e intimo, e con una capacità innata di guardare al passato ed uscirne come nuovi. Un disco magico davvero, dall'impatto quasi ultraterreno, che fa stare bene all'istante con il mondo e con chi ci sta intorno. Che rinforza, nonostante faccia della delicatezza la sua ragione d'essere. Ma è una delicatezza solo di facciata, che nasconde una forza sovrumana. Folk-rock psichedelico e cantautorato West Coast sono i riferimenti più prossimi, quindi Byrds, Zombies, Fairport Convention, Van Dyke Parks e Crosby, Stills, Nash & Young (il primo soprattutto). Con armonie vocali di gruppo degne dei migliori Beach Boys, o di un quintetto a cappella da barbershop, su canzoni favolose che evocano senza citare. Anche perchè, e questa promette di essere la grande carta di Robin Pecknold e soci per il futuro, si sviluppano seguendo traiettorie non prevedibili, slegate dallo schema strofa/bridge/ritornello. Prendiamo Blue Ridge Mountains, per esempio: voci eteree su pochissima chitarra classica, e quindi un attacco melodico che mozza il fiato. Ma invece di capitalizzare, ripetere e farne il gancio della canzone, come ci si aspetterebbe e come siamo abituati a sentire, i cinque dimenticano tutto subito e ci portano altrove. Un altrove altrettanto bello, e soprattutto inatteso.

PS – A classifica compilata e data alle stampe, cominciano sempre i pentimenti e le rettifiche ipotetiche. Cose fisiologiche, che di solito riguardano una posizione in più o in meno al massimo, e che ci si tiene per sè. Ecco, in questo caso forse qualche posizione in più, e non ce lo teniamo per noi.

07/12/08

E chi non canta resta a casa / 3

Arrivano le prime segnalazioni in tema di calcio e pop.
L'amico e collega Maurizio Blatto scrive:

"Cerchiamo quella della curva del Taranto, su note di Balla di Umberto Balsamo: 'Gira e rigira la canna/Tutta la curva si sballa/Un solo grido si alza/Taranto'. Magari c'è".

Purtroppo non c'è, a quanto pare.
C'è Umberto Balsamo, lui sì:

06/12/08

E chi non canta resta a casa / 2

Per la seconda puntata della nostra esplorazione musica bella/curve (a proposito: si accettano segnalazioni!), qualcosa di clamoroso.
Il tedesco Sentinel Sound, uno dei sound system reggae più famosi al mondo, arriva in tour in Calabria. Un party su una spiaggia di Catanzaro dura fino al mattino seguente, e con il sole già alto il selecter mette un dubplate realizzato da Sizzla appositamente per la crew di Stoccarda. Una versione di Tenement Yard, classico roots degli anni '70 di Jacob "Killer" Miller.
Caso vuole che il brano sia anche un coro dei tifosi del Catanzaro, tra l'altro splendido nel suo esaltare gli stessi sentimenti ricordati pochi post fa parlando del Toro: "Ma quando cazzo segnerà? Ma quando cazzo vincerà?". Con risultati commoventi.

Qui l'originale di Jacob Miller, dal film Rockers:


Qui un frammento del dubplate di Sizzla per Sentinel Sound:


Qui Catanzaro:

05/12/08



6. Vampire Weekend Vampire Weekend (XL).
E così, anche il 2008 ha la sua nuova sensazione – e il termine è qualcosa che mai avremmo immaginato, in quel lontano pomeriggio di primavera quando comprammo Under a Blood Red Sky contando le monetine – blogrock. E se un giorno, speriamo presto, ci si accorgerà che dire “Sapete, si sono fatti un nome in rete!” equivale ormai a dire “Sapete, in casa hanno il frigorifero!”, mai avremmo immaginato comunque di raccontare oggi la nuova sensazione blogrock citando Graceland di Paul Simon. Disco tanto bello quanto arduo da maneggiare: esempio lampante di colonialismo buono in musica, ottime possibilità di presenza nello scaffale Ikea di chi in casa ha venti dischi, insieme a Brothers in Arms, Legend e il primo di Tracy Chapman.
Ma tant’è. Quelle sono le atmosfere che l’esordio del quartetto newyorkese evoca. Tanta Africa, ma un’Africa da lì in poi mai battuta né dal mainstream né tantomeno dal mondo sotterraneo, più affascinato casomai dal lato tribale e funk del continente. Il Sudafrica meraviglioso di The Indestructible Beat of Soweto (1986, il vecchio Paul una copia bella frusta ce l’ha di sicuro), la Nigeria pop di King Sunny Adé: portano lì i trentacinque minuti allegri e pimpanti di Vampire Weekend, per il suono e le linee della chitarra elettrica, e l’innocenza sbarazzina dell’insieme. Ma anche all’Inghilterra di ieri (Housemartins) e oggi (Arctic Monkeys), essenziale e ubriaca di gioventù. E i quattro paiono davvero dei Giovani Holden: freschi, curiosi, furbetti, un po’ secchioni e un po’ svampiti. Vivi. Indie-rocker moderni dalla testa ai piedi (a che altra tribù avrebbe potuto appartenere il tenero Caulfield?) in fissa per Cape Cod - citato nel manifesto Cape Cod Kwassa Kwassa, ma anche fra gli archi e l’incedere palpitante di Walcott - e terre lontane. Capaci di melodie incantevoli fra musical e cameretta (stanotte vincono di stretta misura I Stand Corrected, Bryn e Mansard Roof), e di stupire con naturalezza disarmante. (da Rumore #193)


7. Black Mountain In the Future (Jagjaguwar).
Certo avrebbe potuto intitolarsi Nel passato, questo secondo album dei Black Mountain (dritta: il nuovo trend nei nomi, dopo black e wolf e crystal, potrebbe essere blood...), e nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. O al limite Nel futuro così come lo si immaginava nel passato, per i tratti visionari e spaziali. Ma la sostanza è indubbiamente vintage, datata prima metà dei '70: sonorità che fondono splendidamente hard-rock, psichedelia, prog e sprazzi di cantautorato; titoli che citano angeli, tiranni, regine e venti selvaggi e testi che si comportano di conseguenza; la cavalcata di quasi diciassette minuti (Bright Lights, e mi venga un colpo se non ci ho sentito una band eccezionale e totalmente dimenticata come gli Electric Peace, sempe siano lodati); una copertina che potete vedere voi stessi qui sopra.
Eppure, il secondo album dei Black Mountain non suona come mero revival. Pur senza creare materia nuova da ingredienti vecchi, suona contemporaneo alla stessa maniera dei Fleet Foxes, per dire di altri finti passatisti. Per quale motivo, non è ben chiaro. Forse semplicemente perchè è bello e potente, e su quel registro comunica con chi ascolta, piuttosto che sull'aderenza stretta a un genere. Forse perchè si percepisce in qualche maniera che i suoi artefici non ascoltano solo musica vecchia di un genere, ma anche e soprattutto musica contemporanea di molti generi. E anche per questo il bello è proprio che si chiami Nel futuro.

PS - Qualcuno di voi lettori possiede per caso la versione deluxe doppia e ha un piccolo link per me?

04/12/08

E chi non canta resta a casa / 1

Mentre prosegue il conto alla rovescia verso il mio disco dell'anno del 2008, e mentre sto riuscendo nella grande impresa di non ricevere nessun commento per nessuno dei venti dischi (forse ho fatto casino con le doppie e le triple negazioni, ma il succo è: possiamo farcela!), inauguro una nuova sezione del blog dedicata agli incroci football/musica.
Che detta così suona tremendamente pallosa e già sentita, vero, ma il tema è invece piuttosto fresco e interessante. Si parla di musica di qualità, poco conosciuta, underground, nostra. Quindi non la marcia trionfale dell'Aida o L'uva fogarina, ma canzoni della tradizione pop-rock. Vago? Proviamo con gli esempi.

Maestri assoluti in materia sono i supporter dell'FC United of Manchester, compagine fondata dai tifosi del Manchester United nel 2005, per protesta contro la nuova proprietà americana e molto business-oriented dei Red Devils. Un po' come se i milanisti dicessero "Non ci va di tifare per la squadra di Berlusconi, ne creiamo un'altra con gli stessi colori sociali e il nome leggermente diverso, e ripartiamo dal campionato dilettanti". Per la cronaca, con grande successo: tre promozioni in tre anni per i Red Rebels.

Una squadra senza sponsor sulla maglia e di proprietà dei tifosi, che ne sono "azionisti" e ne eleggono il direttivo. Una società che nel proprio statuto ha articoli come "The club will develop strong links with the local community and strive to be accessible to all, discriminating against none", "The club will endeavour to make admission prices as affordable as possible, to as wide a constituency as possible" o "The club will remain a non-profit organisation".

Ma dicevamo dei cori: quello più in voga a Gigg Lane o in trasferta, su campi di amene località come Ilkeston, Frickley o Nantwich, pare essere il classico folk americano Sloop John B, celebre nell'interpretazione dei Beach Boys su Pet Sounds. Con testo invariato. L'effetto è davvero coinvolgente, così come lo è nella versione con testo tradotto in italiano cantata per quarti d'ora interi dai tifosi del Torino FC. Testo straordinario, tra l'altro, per come in poche parole interpreta il sentimento più diffuso fra noi granata durante la maggior parte delle gare del nostro magico Toro: non c'è nessuna buona ragione al mondo per stare qui a vedere una squadra di merda fare schifo così, ma non ci posso fare niente, e non la cambierei con nessuna altra squadra al mondo.

Qui la versione dei britannici:


Qui la versione dei granata:


Qui il video originale dei Beach Boys, utile per capire il canotto e qualche altra finezza:

03/12/08



8. diskJokke Staying in (Smalltown Supersound).
La chiamano nu-disco, ed è uno dei suoni più caldi del momento. Tra gli epicentri, la Scandinavia: la Svezia degli Studio, la Norvegia di Lindstrøm, Prins Tomas, Todd Terje ed ora Joachim Dyrdahl, in arte diskJokke. Un esordio col botto il suo. Ricco di cascate di melodia e sorprese continue, carica da dancefloor e anima. Si viaggia su ritmi più dritti e spediti rispetto ai suddetti, trovando una formula magica per combinare disco italo e non, house acid e non, e techno molto detroitiana. Joachim, studente di violino e di matematica, dosa calore e rigore con maestria. Aprendo le danze su toni più giocosi - Folk i farta e Større enn først antatt sono due capolavori - per farsi più serio e meditativo nella seconda metà dell’album, con I Was Go to Marroco and I Don´t See You (non è un errore, si intitola proprio così) come martellante e irresistibile spartiacque. Ma in tutto Staying in si respirano aria fresca ed euforia dal retrogusto dolcemente malinconico, ed è una sensazione impagabile. (da Rumore #197)


9. The Bug London Zoo (Ninja Tune).
Agitatore sonoro dal curriculum di collaborazioni tanto ricco quanto vario (Justin Broadrick, John Zorn, Kevin Shields, Thom Yorke fra gli altri), il produttore londinese Kevin Martin fotografa con il suo terzo album a nome The Bug una metropoli scura, minacciosa, pronta ad esplodere. Uno scenario urbano periferico e inquietante, in cui filtrati dall’approccio rumorista di Martin rimbombano i suoni che sempre più lo caratterizzano: grime e dubstep innanzitutto, ma anche certi broken beats, e soprattutto la dancehall più ripetitiva e robotica. Che perde ogni connnotazione reggae festaiola per farsi severa, militante, problematica. E quando conserva brandelli di ballabilità, lo fa in pezzi dai titoli ben poco allegri come Angry, Insane, Jah War o Murder We. Sono proprio le voci però - il veterano giamaicano Tippa Irie (in gran forma), insieme a Warrior Queen, Ricky Ranking, Flowdan, Spaceape e Roger Robinson, nuove leve locali dal timbro tipicamente caraibico - a dare un volto umano al tutto, a suggerire la via d’uscita mentre bastonano duro. Versione futurista del loro antenato Big Youth, specchio fedele dell’Inghilterra odierna tanto quanto gli Arctic Monkeys. (da Il Giornale della Musica #251)

02/12/08



10. Mockingbird, Wish Me Luck Days Come and Go (Blow Up).
La sorpresa più bella del mese viene da Ängelholm, Svezia, e dalle canzoni già incredibilmente mature di questi otto ragazzi al debutto su album. Certo ad associare il paese dell’Ikea e del potatis mos al termine “pop” ormai è buono chiunque, eppure di quello si tratta, e in quello sguazziamo felici lungo tutto Days Come and Go. Che fin dalla copertina non nasconde l’influenza Belle & Sebastian, chiara anche nell’ottimo singolo Pictures (Too Big to Fit in a Sight) e sparsa un po’ dappertutto, ma va ben oltre: Let's Watch the Sunrise è Jens Lekman al massimo della forma, con tocchi honky tonk e trombetta finale; The Way That You Paint It scalpita come certo Lee Hazlewood dei ’60, così come a certa canzone mainstream melodrammatica dello stesso decennio rimanda la vibrante title-track; New Beginnings ha un attacco che è pura Sarah Records. Nove perle, che sfiorano il nove in pagella. (da Rumore #200)


11. MGMT Oracular Spectacular (Columbia).
La cosa è ovviamente del tutto fortuita, ma di fronte a un disco poco inquadrabile come Oracular Spectacular in qualche modo i conti tornano, sapendo che i suoi artefici si chiamano nientemeno che Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden. Generalità pompose come nomi d’arte scelti con cura, eccentriche quanto i due esordienti che le portano. E quanto la musica contenuta nel loro primo album: un caleidoscopio di pop psichedelico, bizzarrie prog e sintetizzatori capace di coniugare la spontaneità degli esperimenti alla maturità di chi sa perfettamente cosa sta facendo. E lo fa già bene, complice la produzione del pezzo da novanta David Fridmann (Mercury Rev, Flaming Lips, Low). Il manifesto Time to Pretend e l’irresistibile Kids hanno melodie vibranti da Arcade Fire ridotti all’osso, e virati in chiave electro-pop. Gli of Montreal vegliano su 4th Dimensional Transition e sui falsetti disco-radiofonici di Electric Feel. Ma sono numerosi anche i ponti gettati verso gli anni ’70, dal cantautorato country-folk classico di Pieces of What a quello con risvolti barocchi di Weekend Wars, The Youth e The Handshake, dove nel finale corale e un po’ freak pare si materializzino degli altri irregolari newyorkesi odierni come gli Yeasayer, non a caso recenti compagni di tour. (da Il Giornale della Musica #248)


12. Santogold Santogold (Downtown).

Sarà colpa delle autoradio, ma non è la prima volta che un primo ascolto in macchina convince poco, e i successivi rimediano. È successo per il disco che arriverà qui sopra fra poco, ed è successo per il debutto di Santi White in arte Santogold, che in viaggio verso la ridente Pavia per la riunione mensile della Rivista Che Dovreste Ricominciare A Comprare era parso cosa leggerina e un po' inutile.
Poi è arrivato come approfondimento un clamoroso mixtape con Diplo, ci si è abituati al timbro vocale di Santi White ed ha ripreso quota un album intrigante e poco definibile. Una possibilità di mainstream urbano del presente e del futuro, un pop con pesanti influenze reggae e new-wave cantato da una specie di incrocio fra Siouxsie e una M.I.A. light (Diplo e Switch producono, insieme a Jonnie "Most" Davis), più impostata e meno street della anglo/cingalese, ma anche più a suo agio in registri diversi.
Fosse tutto al livello della sua prima metà, l'album veleggerebbe nelle prime dieci posizioni: eccellenti You'll Find a Way (che chiude anche il disco in remix molto scarno di Switch e Sinden) e Say Aha, ibridi reggae/post-punk che sanno molto di Radio 4 degli esordi, o il reggae e basta di Shove It; devastante l'electro/ragga cadenzato di Creator, insieme a Unstoppable il più M.I.A. del lotto; già inconfondibile una cosa come L.E.S. Artistes, traccia iniziale e migliore manifesto sonoro di Santi. Il resto osa meno di quanto ci si aspetterebbe, e abbassa la media.

29/11/08



13. The Zen Circus & Brian Ritchie Villa Inferno (Unhip).
Brian Ritchie produttore del disco e membro stabile in formazione, pezzi da novanta del rock alternativo americano come Jerry Harrison (tastiere nella "sua" Wild Wild Life) e le sorelle Deal (voci in Punk Lullaby): basterebbero le cose più evidenti a certificare la raggiunta statura internazionale degli Zen Circus . Ma non è solo facciata, i tre pisani le stellette le hanno guadagnate sul campo, stando sul palco come rocker di primissima categoria e realizzando dischi sempre più convincenti. Musicalmente vario, ora punk ora cantautorale, ora acustico ora elettrico, Villa Inferno ha il consueto approccio cosmopolita (si sente cantare in serbo e francese, oltre che inglese e italiano) e anima stradaiola, e belle canzoni come Dirty Feet, Beat the Drum, Vana Gloria. Tutto bello e convincente. Eppure, tutto piccolo piccolo di fronte a due cose enormi come Figlio di puttana e Vent'anni. Canzone italiana allo stato puro, Festival di Sanremo dei sogni. Due gioielli di struggente autobiografia, personale la prima e più generazionale la seconda, un minuto e cinquantasei secondi che finiscono troppo presto, ma dei quali non si cambierebbe nulla, perfetti. Magie di fronte alle quali una cover (peraltro riuscitissima) dei Talking Heads con il loro tastierista come ospite pare persino inutile. O fuorviante. Ospiti famosi o meno, è Andrea Appino che scrive e canta, sono gli insostituibili Ufo e Karim che chiudono il cerchio. Ed è questa, poche storie, la via per gli Zen Circus del futuro. Che non vediamo l'ora di ascoltare.
PS - Consigliata l'edizione in vinile, con copertina gatefold e la cover di My Heart & the Real World dei Minutemen come gradito bonus.

28/11/08



14. Portishead Third (Universal).
Sei anni di pausa completa, e quindi tre anni di lavorazione per un terzo disco che si temeva non uscisse più, ormai. Invece esce, ed è il più coraggioso che i Portishead abbiano mai fatto. Il più sperimentale e rischioso. Difficile che piaccia ai nostalgici del trippop, per esempio: certo la splendida voce di Beth Gibbons è sempre quella, e anche se mancano quasi del tutto le atmosfere fumose che hanno reso famoso il gruppo, i brani più pacati sono comunque grossomodo quella cosa lì. Solo costruita su basi più scarne e minimali, e percorse a tratti da una sotterranea vena rumorista.
A rubare la scena è però l'altra metà scarsa di Third, cinque pezzi in cui davvero i tre sparigliano: l'iniziale Silence, cupa e poi incalzante con ipnotico ritmo breakbeat e chitarre elettriche, e la voce che non entra fino a quando la tensione non è al massimo; The Rip, che parte solo con voce e arpeggio, e diventa spedita e quasi serena; la conclusiva Threads, litania quasi sabbathiana, l'hard-rock psichedelico secondo i Portishead. Ma soprattutto il treno kraut-rock inarrestabile di We Carry on e la spettrale Machine Gun, accompagnamento marziale e duro come da titolo, essenziale e sempre uguale per quasi cinque minuti. Due delle loro cose migliori di sempre, che illuminano un grande ritorno.

27/11/08



15. AA.VV. Como Now (Daptone).
La consacrazione della Daptone come grande etichetta dei nostri tempi arriva con una raccolta che ha un valore antropologico pari, se non superiore, a quello puramente musicale. Con i Dap-Kings richiestissimi e il loro suono soul-funk sulla cresta dell’onda, cosa fanno Roth e Sugarman? Pubblicano un album di gospel a cappella, cantato da perfetti sconosciuti. Teatro degli eventi è la cittadina di Como, contea di Panola, Mississippi. Nell’estate del 2006 appare un annuncio sui giornali locali: tutti coloro che amano cantare sono invitati in chiesta, per registrare. I sedici focosi inni di Como Now, almeno uno per ogni cantante o gruppo vocale presentatosi, sono il commovente risultato: materiale di una purezza disarmante, originale o tradizionale che sia, giovani o anziani che siano i suoi interpreti. Affrontato con una gioia e un trasporto che la presa diretta rende lampanti, e in più di un caso (ascoltate ad esempio Help Me to Carry on di Brother and Sister Walker, marito e moglie in realtà) di valore assoluto. (da Rumore #200)

26/11/08



16. Le Luci Della Centrale Elettrica Canzoni da spiaggia deturpata (La Tempesta).
Ferrarese, ventiquattrenne, i riferimenti culturali alti e bassi di chi si è informato con cura, l’aria di chi ha già fatto in tempo a vederne tante, una urgenza comunicativa che sconfina nella logorrea: Le Luci Della Centrale Elettrica è Vasco Brondi, ed è una delle novità più originali del cantautorato indipendente italiano. Registrato da Giorgio Canali, Canzoni da spiaggia deturpata è il suo album di debutto, ed è una mezz’ora abbondante grezza e assai monotona (due i modelli di canzone disponibili: quello rabbioso e quello un po’ meno rabbioso), ma piena di tensione e vita. Nonostante la provincia raccontata nelle sue cronache visionarie paia davvero cupa e senza speranze, paranoica proprio come l’Emilia di quei CCCP che cita fra i suoi numi tutelari insieme a Moltheni e Cesare Basile. Ma nella rabbia di Vasco si odono anche echi del Nick Cave selvaggio dei primi tempi (Sere feriali, Fare i camerieri) e di Rino Gaetano (citato anche esplicitamente, nella coda di Nei garage a Milano nord). E si perdoni la banalità, ma quando sale il ritornello di Produzioni seriali di cieli stellati, è un attimo pensare alle pagine più riflessive di quell’altro cantautore emiliano di nome Vasco. (da Il Giornale della Musica #248)


17. Benga Diary of an Afro Warrior (Tempa).
Conquistato dalla sua esibizione di poche settimane fa a Club To Club - davvero travolgente, con cambi frenetici di vinile e capacità di tenere la pista in fermento dall'inizio alla fine - oltre che dalla sua pettinatura e dalle sue sembianze fumettistiche, trovo un posto nei migliori venti dell'annata per l'esordio di Beni Uthman, in arte Benga. Già uno dei pialstri della scena dubstep, avendo cominciato intorno al 2002 alla tenera età di sedici anni, incarna in pieno la natura stessa del genere come stile mutante, aperto a numerose influenze e difficilmente inquadrabile in regole precise. Fatta eccezione per gli echi e i bassi, ovviamente. Diary of an Afro Warrior - ok afrocentrismo e compagnia, ma che sia forse un titolo leggermente eccessivo, soprattutto per un album praticamente strumentale? - conferma le impressioni destate dal suo artefice in prima persona: c'è voglia di superare i confini del genere, quali essi siano, ma c'è soprattutto uno sguardo alla pista da ballo superiore alla media del genere. In Night ovviamente, portentoso singolo del 2007 realizzato in coppia con il collega Coki e qui incluso, che entra in testa e non se ne va. Ma anche nel resto, che pur non raggiungendo tali altezze (saremmo altrimenti nelle prime dieci posizioni) riesce sempre ad accoppiare tonalità profondissime, sporche linee electro e ganci melodici notevoli. In The Cut e 26 Basslines, in cose acide e quasi house (E Trips, Pleasure), in cose più notturne e jazzate (Zero M2, Crunked up, B4 the Dual), in fresche puntate cosmiche.

22/11/08



18. Bonnie “Prince” Billy Lie Down in the Light (Domino).
Un altro disco di Will Oldham, uscito all’improvviso. Lo ascolti tre volte, non colpisce particolarmente. Poi ti trovi in un negozio di dischi qualche giorno dopo. Sta suonando, e ne canti tutte le canzoni chiedendoti cosa diavolo sia. E lì cogli la grandezza del barbuto. La conoscevi già, ma mai si era manifestata in modo così semplice e profondo: le stesse qualità che rendono Lie Down In The Light un dei suoi dischi più belli di sempre. Violino, pedal steel, banjo, trombone e clarinetto (che entrata in For Every Field There’s a Mole!) spuntano sempre al momento giusto, così come la bella voce campagnola di Ashley Webber, o il brevissimo coro che chiude in gloria I’ll Be Glad, e il disco. Un album americano tradizionale, ma illuminato da uno stato di grazia lampante. Sereno e placido nella sua decisa impronta fra country e West Coast, anche quando le atmosfere si fanno più meditative e scure. Maestoso nell’avere bisogno di poco (ma in realtà è tantissimo) per incantare. (da Rumore #198/199)

21/11/08



19. Dead Meadow Old Growth (Matador).
Che bellezza. Li si aspettava da tempo i Dead Meadow, le orecchie e i cuori ancora storditi dallo splendido Feathers (2005), e come previsto non tradiscono. Si sono trasferiti da Washington a Los Angeles nel frattempo, e la mossa non può non aver avuto effetto sul suono del gruppo. Old Growth evoca infatti sia i boschi della copertina, come sempre, sia immagini assolate e pomeridiane che sono pura Citta degli Angeli. Sentite la meravigliosa What Needs Must Be, per esempio: Crosby, Stills, Nash e soprattutto Young in jam con i Black Sabbath più pacati. O la coda molto Riders on the Storm di The Queen of All Returns. Ma è tutto un procedere gentile e cantilenante, fatto di riff al rallentatore e poesia, lungo il quale si incontrano altre bellezze come ‘Till Kingdom Come, galoppante e luminosa, con wah wah e fuzz che si abbracciano e finale d’archi. O l’acustica Down Here, che pare un pezzo mai ritrovato di Elliott Smith. O i 13th Floor Elevators che incontrano i Creedence in I’m Gone, con Dream Syndicate e Green On Red ad osservare. Forse saranno stati superati a sinistra, in campo rock psichedelico, dalle evoluzioni dei Black Mountain. Ma i Dead Meadow compensano con scrittura e tocco rarissimi, e il dono del saper commuovere in un’istante. (da Rumore #193)

20/11/08

I miei dischi dell'anno

Come ormai abitudine - il secondo anno consecutivo fa già abitudine? - di questo blog che non legge nessuno, siamo alle classifiche di fine anno. I giornali per cui scrivo le vogliono molto presto.
Come sempre, ci saranno dischi dimenticati, dischi che ascolterò dopo e dischi che ascolterò meglio, ma così ci tocca fare.
Come sempre, dei dischi che durante l'anno ho avuto modo di recensire io stesso pubblicherò innanzitutto la recensione stessa, ed eventualmente qualche aggiornamento o rettifica o mea culpa.
Si dia quindi il via all'avvincente countdown, non sto nella pelle nemmeno io.



20. Bugo Contatti (Universal).

Buone notizie da Bugo: dopo un’irruzione da apripista underground nel mondo stantio della grande discografia nostrana di inizio decade, il menestrello di origine novarese – un Celentano post-punk, per semplificare e scansare l’abusata definizione di “Beck delle risaie” – pareva destinato ad una aurea mediocritas senza troppi alti o bassi. E invece, Contatti lo rilancia in grande stile. Grosso merito, va detto, è da ascrivere al produttore Stefano Fontana, che dà al disco i tratti elettronici, la misura e il gusto delle sue uscite a nome Stylophonic. E forse anche per questo Bugo suona ispirato e quasi nuovo, pur essendo in sostanza il Bugo di sempre: spesso geniale e bruciante, talvolta troppo fisso nella ricerca della rima a prescindere, con il senso che non sempre arriva, o se arriva non pare così cruciale. Ma sono dettagli, di fronte al groove rilassato di piano elettrico del singolo C’è crisi, al Battisti mezzo Mogol e mezzo Panella di Love Boat, al vecchio amore Beck spedito a 140 bpm di Nel giro giusto, a una bomba funk-house come La mano mia. Sodalizio fortunato insomma, che fossimo in Cristian Bugatti faremmo di tutto per rendere permanente. (da Il Giornale Della Musica #248)

10/11/08

"No, meglio fermarsi qua"

Un Emilio Fede guardonissimo e perversamente crooner, e una lezione magistrale di Tecniche di Costruzione della Paura dal Nulla.

07/11/08

"Totally freaking out, headbanging like every tune he is playing is written by himself"

E ora, qualcosa di completamente diverso.
Cinque alto per BRRRLN, che oltre a postare spesso ottime tracce non ha paura di andare controcorrente e spiegare come mai, secondo lui, il re è nudo. Steve Aoki, che avevate capito?

06/11/08

Mai dire gatto...

Una di quelle cose che solo gli statunitensi riuscirebbero a fare, persino in un momento epocale come questo? Anzi, proprio in un momento epocale come questo?
Esiste da qualche ora, incredibile ma vero, un gruppo di Flickr chiamato "Cats Celebrate Obama's Victory".
Come faccio a saperlo? Potenza delle tags, anche la mia Nina è stata chiamata a farne parte. Ccon una foto di qualche giorno precedente le elezioni, a dire il vero, ma non sottilizziamo.

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