29/12/07

Interruzione pubblicitaria


Chiuso in casa con febbre da cavallo dopo una serie di eccessi che include l'andare in bicicletta nonostante il gelo per un mesetto (evidente misunderstanding figlio illegittimo di un recente viaggio in Germania), il cenare la vigilia di natale in un ristorante (omissisis politicamente corretto) già chiuso due volte dai nas nel corso dell'anno, il cantare "Se mi lasci non vale" di Julio Iglesias al karaoke subito dopo, il suonare per quattro ore in maniche di camicia in una sala vuota e non riscaldata la sera seguente e il passare l'intero giorno di natale con il singhiozzo, ho miracolosamente chiuso il mio primo mix.
Mixato da cani come sempre, e ispirato nella scaletta da una giornata in casa con la febbre alta, mentre fuori c'è il sole e fa freddo, tutti si preparano per il capodanno e l'unica cosa che riesci a fare è stare sdraiato con la testa in mano a gemere. Undici pezzi che sono confortanti, caldi e un po' deliranti, o più di una cosa allo stesso tempo.

A voi i dettagli:
"FEVER PITCH 2007 - An End of the Year Healing Mix"
lo trovate in download QUI (60 Mb circa, mp3 192kb).
la scaletta è questa qui:
ARETHA FRANKLIN I Never Loved a Man (the Way I Love You) (demo)
PANDA BEAR Comfy in Nautica
ALÈMAYÈHU ESHÈTÉ Tèmar Lédje
SANTANA Evil Ways
YEASAYER Wait for the Summer
TUNNG Tale from Black
BASSEKOU KOUYATE & NGONI BA feat. LOBI TRAORÉ Banani
KALABRESE feat. GUILLERMO SOHRYA Hide
CEDRIC IM BROOKS & THE LIGHT OF SABA Rebirth
LINDA PERHACS Parallelograms
STRATEGY Stops Spinning

C'è anche un mio articolo sulla disco music nel numero di Rumore in edicola, quello con i Magnetic Fields in copertina.

Cheers.

PS - Le prime due posizioni (che se siete lettori di Rumore come mi auguro già saprete da un mesetto) arrivano, promesso. Il prossimo lavoretto da fare approfittando dell'indisposizione è quello.

PPS (UPDATE) - Arriva molto gradita anche la segnalazione del Maestro, per il quale devo ancora trovare paragoni ingombranti (hai scritto David ma intendevi John Holmes, vero?) almeno quanto quelli da lui droppati per me.

19/12/07

3. CARIBOU Andorra (City Slang)


Lasciati alle spalle gli inizi folktronici e la vecchia denominazione Manitoba, nonché buona parte dello sbilanciamento verso passioni kraute del precedente, splendido The Milk of Human Kindness, Dan Snaith porta a compimento con Andorra (minuscolo principato fra Spagna e Francia, capitale Andorra La Vella: che si vince?) la transizione graduale verso un pop ricco e felicemente sognante, caldo come un tramonto senza pensieri, fatto al computer ma con la testa negli anni ’60. Missione confessata? Ricreare l’atmosfera di un brano del 1968 degli Zombies (This Will Be Our Year), che pare lo faccia puntualmente piangere. Da intendersi come spinta ideale ovviamente, più che riferimento stilistico in senso stretto. Anche perché questo suono soffice e colorato, struggente come un frullato di Pet Sounds, Stone Roses, Gainsbourg e Blonde Redhead, pulsante e psichedelico come i Can suonati alla fine di un rave sulla M25, è ormai Caribou al 100%. Endless summer.
(Rumore 189, ottobre 2007)

PS - Mi sono appena tatuato mezzo braccio con un roseto disegnato da un carissimo amico che fra l'altro caso è anche uno dei migliori illustratori giovani italiani ed è su XL un numero sì e l'altro pure. Ricevo quindi una segnalazione da un'avvenente tifosa della Ferrari: quelle rose ricordano molto le rose di Charles Rennie Mackintosh, architetto e designer scozzese vissuto a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo. E un po' è vero. Poi qualche giorno dopo vedo in un negozio un disco che si intitola Five Roses ed in copertina ha proprio un disegno con le rose di Mackintosh. Per quattro o cinque volte torno a casa e mi dimentico di chi sia, poi me lo ricordo e lo procuro: Graham Van Pelt in arte Miracle Fortress, canadese. Proprio come Dan Snaith/Caribou. E non è l'unica cosa in comune. Andorra resta bellissimo e insuperato, ma dategli un ascolto.

4. KALABRESE Rumpelzirkus (Stattmusik)


"Quando io dico Africa, voi dite future".

Club To Club, edizione 2007. Entro nel locale a concerto già iniziato, e lo trovo in cima al palco che tenta di organizzare un botta e risposta con il pubblico. Pubblico che in larga parte lo scopre stasera, ma che ha già capito che può fidarsi del tipo al microfono e della strana band molto poco clubber-chic che lo accompagna: un italo-svizzero dai tratti maghrebini, che si alterna fra il trombone e quella percussione africana che si mette sotto l'ascella e si suona con un'asticella lunga e curva come un punto interrogativo; un bassista capellone vestito casual a dir poco; un pelato altrettanto casual che tiene a bada computer e macchinari assortiti. Da lì in poi è un crescendo, e Sacha Winkler in arte Kalabrese diventa la sorpresa del festival.
O la conferma, per chi come il sottoscritto gode delle gioie di brani come Auf dem hof ormai da tempo. Dalla fine del 2004 per la precisione, quando il furgone della band in cui allora suonavo il basso e cantavo posteggiò davanti allo Zükunft, nei dintorni della Langstrasse, quartiere cosiddetto "a luci rosse" di Zurigo.
Uno dei ragazzi che ci aiutò a scaricare era proprio Sacha, che aveva appena suonato a Torino (piccolo il mondo) e che di lì a poco avrebbe fatto uscire il suo nuovo 12" H
ühnerfest. Disco che mentre montiamo il palco comincia a suonare dall'impianto, e quello che ne esce è uno dei miei pezzi preferiti degli ultimi anni. Auf dem hof, appunto: dieci minuti paradisiaci, un treno funky-disco-house irresistibile con basso e fiati suonati dal vivo, e il nostro che cavalca il ritmo un po' recitando e un po' cantando, come un James Murphy molto molto molto stonato. Roba che in qualunque situazione la suoni (e da allora l'ho suonata in tantissime situazioni diverse) viene sempre almeno uno a chiedere di che si tratta.
Sul resto della nostra notte allo
Zükunft, sul dj set di Sacha e del suo compare Crowdpleaser che seguì il concerto, sull'irruzione nel backstage dell'autorevole e lievemente eccessivo König der Langstrasse, sulle offerte di donne e sostanze ricevute da parte di non ben identificati personaggi, sul secondo concerto a Zurigo organizzato in meno di 48 ore e su molte altre cose i ricordi sono più o meno nitidi, ma parlano chiaro alcune foto (inclusa quella che opportunamente ritagliata appare ogni mese in cima al mio privé su Rumore, dove sembro una via di mezzo fra lo Studio 54 e i Weathermen, che peraltro come est e ovest non sono malaccio...).
Sul resto dell'album di Kalabrese (Auf dem hof chiaramente c'è, e non ha perso un millimetro di smalto) diremo che si tratta di un lavoro tanto immediato e coinvolgente quanto maturo, elaborato, ricco. L'opera di un talento che da esordi più canonicamente minimal-techno, anche se già abbastanza personali, ha saputo crescere fino alla dance brillante e libera di questo Rumpelzirkus. Che consolida uno stile inconfondibile (morbido e insistente, ipnotico, quasi sussurrato, amicale, mai velocissimo) in bombe come Oisi Zuekunft (dub-house con micidiale pezzo in dialetto zurighese), Not the Same Shoes (con Kate Wax a duettare), Deep (tutto nel titolo...), Lose My Chair (puro Kalabrese al 100%). E già se ne allontana in tante direzioni diverse con numeri come Aufm klo (già su quel 12" anche lei, a dire il vero, e già allora vicina a una versione pomeridiana di cose come Closer Musik/Matias Aguayo), Hide (sorta di LCD Soundsystem alle Baleari), Heartbreak Hotel (notturna e solenne, fatta di ritmo scarno, chitarra acustica e voci). Fino ad una degna conclusione sognante su ritmi prima sostenuti (Hafenlied) e quindi più rilassati (Body Tight).
Quando io dico Kalabrese, voi dite future.

18/12/07

5. !!! Myth Takes (Warp)


Non fossero sufficienti
1) la figaggine di Nic Offer, soprattutto quando balla;

2) la sua ormai leggendaria teoria/metafora del sesso anale come motore creativo della società, o qualcosa del genere (QUI verso il fondo);
3) i frenetici e sudatissimi concerti del gruppo, ai quali spero abbiate partecipato almeno una volta con il giusto abbandono;
aggiungeremo che Myth Takes è un lavoro compatto, potente e abbastanza nettamente superiore al precedente Louden up Now. Disco peraltro già ottimo, ma più sfilacciato e dispersivo di questo bestione che fila dritto dall'inizio (ma il riff di chitarra di Myth Takes non è mica uguale alla sigletta di Avere vent'anni?) alla fine (che meraviglia Infinifold!). Andando oltre le definizioni e le infatuazioni passeggere per raggiungere un equilibrio quasi perfetto fra corpo e mente, fra fisicità e sperimentazione, con
canzoni definite ed effetti per lo più irresistibili.
Con un solo pezzo non all'altezza (Sweet Life) su dieci totali - e con tre singoli clamorosi come Heart of Hearts (lei si chiama
Shannon Funchess, e la sua entrata è uno dei colpi di genio dell'album), Must Be the Moon e Yadnus (ma l'avete visto il video con loro nella Cinquecento targata Ferrara?!?) - il disco in questione stimola inoltre alcune riflesssioni sui meccanismi delle mode e delle cronache musicali.
Per tutti, e per i libri di storia, il momento di !!! e Rapture è quello di Louden up Now ed Echoes rispettivamente. Ovvero gli album che i gruppi hanno fuori quando il mondo si accorge di loro e ci cuce intorno un fenomeno. Che sta succedendo, per carità, ma già da tempo (
i !!! fanno queste cose dal 1997, e oltre ai primi dischi da qualche parte ho le prove sotto forma di lettera di un amico californiano che li fece suonare nel suo salotto). E che continuerà a succedere, perchè i gruppi apripista di solito non cambiano genere dopo un album.
Casomai
migliorano. Come !!! e Rapture, che con gli album seguenti non solo consolidano ma rilanciano: molto meno appropriati da citare nelle classifiche di fine anno, Myth Takes e Pieces of the People We Love stanno infatti per chi scrive una spanna sopra i loro predecessori. Con una differenza: visti due o tre volte dal vivo, i Rapture hanno sempre deluso, facendo desiderare di essere a casa con un loro disco nello stereo; visti due o tre volte dal vivo, i !!! hanno sempre esaltato, facendo desiderare di essere esattamente lì lì lì.

02/12/07

6. JENS LEKMAN Night Falls Over Kortedala (Secretly Canadian)


Potesse, registrerebbe un singolo al giorno. E non ci sentiamo di escludere l’eventualità. Ma non parlate a Jens Lekman di album: sul suo sito li chiama “Raccolte”, e su ognuno c’è la scritta “Una raccolta di registrazioni” seguita da due date, in questo caso 2004 e 2007. Eppure Night Falls Over Kortedala è un album, come tale suona e volendo ha pure il suo concept. Minuscolo come l’appartamento da 30 metri quadrati a Kortedala, quartiere di Göteborg, in cui queste dodici canzoni sono nate. Un album che suona coeso e maturo, e da album comunque si comporterà nell’assestare definitivamente il suo giovane responsabile sui livelli altissimi che gli competono. Quelli di chi, ad esempio, non avrà più bisogno di termini di paragone, fossero anche illustrissimi come Morrissey, Costello, Richman, i Tropicalisti.
Ma per Jens sono tutte solo canzoni: un incipit solenne (And I Remember Every Kiss), una piccola bomba disco con congas e archi da catalogo Salsoul (Sipping on the Sweet Nectar), una ballata con con fisarmonica e ritmo quasi caraibico (Into Eternity), un soul-funk rilassato (Kanske Är Jag Kär i Dig), una verità pesantissima in chiave electro-pop (I’m Leaving You Because I Don’t Love You), una roba da Barry White con El Perro Del Mar e Frida Hyvönen ai cori (If I Could Cry), una ballata fragile costruita su un campione di lui stesso da bambino, ancora con El Perro Del Mar (It Was a Strange Time in My Life), una chisura pimpante e irresistibile (Friday Night at the Drive-in Bingo). E pepite di puro Lekman come The Opposite of Hallelujah, Your Arms Around Me, Shirin o la tenera Postcard to Nina, storia di lui che si finge il fidanzato di una sua amica perché il padre non scopra che è lesbica. Magico Jens.
(Rumore 189, ottobre 2007)

01/12/07

7. YEASAYER All Hour Cymbals (We Are Free)


La più bella sorpresa del mese arriva da questo quartetto di Brooklyn, dalla sua musica così difficile da definire e così facile invece da consigliare a cuor leggero. E non è una frase fatta, perché proprio leggero resta il cuore dopo ripetuti ascolti di All Hour Cymbals: un viaggio emozionante e caloroso attraverso tappeti di percussioni, voci angeliche, elettronica discreta, armonie vocali contagiose. Un qualcosa che unisce folk più cosmico e weird, freakeria tribale e fruibilità pop. E di volta in volta fa pensare ai Tunng in Africa (Wait for the Summer), a una jam fra i TV On The Radio più atmosferici e i Fairport Convention (2080), a degli Animal Collective puntati più apertamente verso i nostri sentimenti, all’hippismo futurista degli Akron/Family, ai momenti più sognanti degli Oneida. O a uno Strategy, con il folk al posto della house e del dub, ma un identico sentire. Ecco, ce lo chiedevamo due mesi fa proprio recensendo quell’incredibile album, e oggi arriva forse una prima conferma: che il future rock esista sul serio?
(Rumore 189, ottobre 2007)

8. STRATEGY Future Rock (Kranky)


Arriva come un fulmine a ciel sereno, e solo quando scopri che il tizio in questione è membro dei Nudge - apprezzati esploratori di ciò che sta fra ritmo ed avanguardia, con uscite su Tigerbeat6 e Kranky stessa - i pezzetti cominciano ad andare al loro posto. Paul Dickow si chiama, e come Strategy gli è appena riuscito un incantesimo difficilmente raccontabile a parole. Ma che in un attimo mette in pace con se stessi e con il mondo, e rende desiderosi di abbandonarsi su una pista da ballo (in spiaggia magari) dove i suoni siano caldi, confortanti e variopinti come quelli di questo clamoroso dischetto. Tutto fatto in casa con strumenti suonati, vecchi synth analogici e registrazioni d’ambiente. Che fonde dub, house, elettronica minimale, afrobeat e space rock in un caleidoscopio gioioso da fine della notte, con le prime luci dell’alba che salgono e Stop Spinning che saluta con l’autorità e l’amore di un vecchio inno disco. Vi sono piaciuti i Glissandro 70? Vi piacerà moltissimo Future Rock. E chissà se il rock del futuro sarà davvero questo. Sarebbe meraviglioso.
(Rumore 186/187, luglio/agosto 2007)

9. PRINZHORN DANCE SCHOOL Prinzhorn Dance School (DFA)


La differenza fra la DFA e il resto? Il fatto che la ditta Murphy/Goldsworthy faccia uscire dischi belli e coraggiosi come questo, quando potrebbe semplicemente capitalizzare con tonnellate di electro–punk scrauso. Ma gli iniziatori, come sempre, sono già altrove. A Brighton in questo caso, per il debutto di Tobin Prinz e Suzi Horn. Un disco primitivo, minimalista, essenziale. Che parte delle pagine più scure e rarefatte di irregolari del post-punk come Fall e Wire, e vi applica un controllo pazzesco delle pause, dei silenzi, delle ripetizioni e degli incastri, pari solo a quello degli Shellac. Una batteria, un basso, talvolta una chitarra, due voci: sembra niente, in realtà è tantissimo. Anche se in confronto gli Young Marble Giants suonano come un’orchestra.
(Rumore 189, ottobre 2007)

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